Al nuovo disco "Anatomia di uno schianto prolungato" si affianca il documentario "Elegia sabauda"

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Il bello di restare liberi è di poter cambiare, evolvere, magari anche contraddirsi. Capita a Willie Peyote che arriva al disco Anatomia di uno schianto prolungato dopo "anni di analisi" e dopo aver fatto i conti con l'età, con la realtà che cambia e con i termini di paragone che si affievoliscono. Ed è un gran disco, questo fatto di undici canzoni con tre feat (Brunori Sas, Noemi e Jekesa), un gran disco perché c'è un Willie Peyote nuovo o quantomeno imprevedibile, persino più dolce e meno spigoloso (ad esempio nella ballata Burrasca), insomma il disco di uno scavezzacollo che è partito dal rap ma ora è sempre più deliziosamente vicino al cantautorato. Guglielmo Bruno detto Willie Peyote, torinese puro anche nell'accento, ha metabolizzato i quarant'anni e ora "mi importa di più del giudizio degli altri". E lo dice proprio dopo aver rischiato per un po' di entrare nella categoria di chi ha detto basta, si è arreso, ha voltato pagina. "La pandemia di Covid è arrivata e ci ha bloccato mentre il mio percorso stava consolidandosi. Mi sono preso del tempo e sono stati anni complicati per me". Quanto siano stati complicati si può capire anche dal documentario Elegia Sabauda, già uscito al cinema, che è il ritratto garbato e profondo di un periodo difficile sfociato poi nella partecipazione al Festival di Sanremo.Prima di farsi conoscere dal pubblico, ha lavorato in un call center e c'è da capirlo perché conserva una parlantina sempre a cento all'ora. "Oggi ho imparato a dosare il gusto della polemica perché non sempre serve e, visti i tempi, mi sembra talvolta anche gratuito. Qualche anno fa ad esempio non avrei mai pubblicato un brano come Burrasca, anzi forse non lo avrei neanche scritto".