“Abbiamo paura di ciò che non conosciamo”: il cast di 'Carmen è partita' racconta il film
Il rapper torinese torna con un nuovo album, Anatomia di uno schianto prolungato. "Viviamo un'apocalisse continua, ma siamo tutti convinti di vincere alla lotteria e non ci muoviamo". L'intervista
Viene in mente una frase di Borges, “eravamo come sempre alla fine dei tempi”, sul senso costante di apocalisse che viviamo. Sembra stia finendo tutto, non finisce mai niente. “Ma va sempre peggio, eppure non ci muoviamo”. Parola di Willie Peyote – cioè Guglielmo Bruno, classe 1985 da Torino – che a questa sensazione ha dedicato il suo sesto album, Anatomia di uno schianto prolungato (esce il 15 maggio), fotografia come sempre cattivella e sarcastica, tra rap, rock e funk, del mondo intorno da parte di quello che orgogliosamente si definisce “un outsider della musica”, due volte a Sanremo (2021 e 2025) e adesso di nuovo a piede libero.
Dall’ultimo Festival, com’è cambiato?
“Ho compiuto quarant’anni, sono entrato nell’ottica che sto invecchiando e che d’ora in poi non può che peggiorare. Ma è stata anche una liberazione. Nuove consapevolezze e molta meno necessità di nascondersi: un pezzo dolce come Burrasca – in un disco come questo, fatto in maniera più istintiva dei precedenti – prima non avrebbe trovato spazio, è una parte che mi vergognavo a mostrare”.






