Willie Peyote racconta il nuovo album “Anatomia di uno schianto prolungato” tra crisi sociale, paura del tempo che passa, proteste, meme, AI e il bisogno di sentirsi meno soli: “Dopo i 40 sai che andrai verso la fine, bisogna guardare il futuro diversamente”.
Willie Peyote – ph Matteo Bosonetto
Willie Peyote è l'esempio che chi si lamenta che la musica di oggi sia solo balletti su TikTok si sbaglia. Pecca di presunzione, quella di chi vuole commentare cose che non ha mai approfondito. Il rapper torinese, infatti, è tornato con l'album "Anatomia di uno schianto prolungato" in cui si raccontano le contraddizioni del presente, riflettendo sulla civiltà occidentale e sul Capitalismo che tende a emarginare chi è povero. Willie Peyote ha costruito una carriera che lo rende credibile, sia per quello che dice che per come lo dice, non sembra mai sopra le righe, anzi è sempre molto attento a non atteggiarsi a guru. Inoltre è un artista che riesce a unire l'immediatezza del rap alla melodia, a dimostrazione che un certo rap è veramente un ramo del cantautorato contemporaneo. E in quest'album con lui ci sono anche Noemi e Dario Brunori. In questa intervista parla di emarginazione, musica contemporanea, del rapporto tra Destra e Cultura e anche delle polemiche per l'uso dell'IA nel video di "Kodak".








