Nel tuo studio molte cose le costruisci da te, a partire dagli arredi. In un’epoca di macchine, intelligenza artificiale, tecnica, non dovremmo tornare a essere “meno artisti e più artigiani”, come canta il tuo amico e collega Marco Castello?“Sicuramente sì, soprattutto dal punto di vista dello stare bene. In un presente così astratto, virtuale, intangibile, la parte artigianale del fare le cose implica crescere, imparare, sporcarsi le mani, riempire il proprio tempo con qualcosa di costruttivo. L’esempio perfetto è proprio il Brasile: eravamo in piazza, con persone che suonavano strumenti veri, la gente cantava e quella era la top music experience. Quando invece diventa un evento, c’è il biglietto, si costruisce la struttura sociale e l’esperienza diventa meno bella. Più c’è coinvolgimento concreto delle persone, più l’esperienza ridà il massimo indietro”.È anche un discorso sulla musica che si produce oggi?“Oggi si fa tantissima musica ed è facilissimo farla, o almeno sembrare che la stai facendo. Hai l’intelligenza artificiale, Splice, i beat già fatti, le shortcut. Puoi fare mille canzoni in una settimana. Ma poi che cazzo te ne fai di tutto il resto del tempo della tua vita? Oltre al fatto che probabilmente fanno cagare. Dedicare anni a uno strumento è parte dell’esperienza: ti insegna cos’è il tempo. Cercare sempre scorciatoie ti priva proprio di quello”.Il tuo mondo è fatto di musica, natura, arte e legami. Fuori da questa bolla, guardando il mondo, sei speranzoso - per citare il tuo disco - nell’epoca dell’IA?“No. Non sono speranzoso, concretamente. Non guardo fuori e dico: ‘Bomba, va sempre meglio’. Il flusso va sempre peggio. Però penso che l’esperienza concreta della vita, alla fine, resti l’unica speranza”.Che esperienza?“Parlando di musica: escono sempre più artisti, canzoni, contenuti, c’è da impazzire. Però i momenti che ti segnano sono ancora quelli in cui vai a un concerto e trovi un live fatto bene. E un live fatto bene lo fanno le persone. Qualcuno si dedica anima e corpo a qualcosa e quello che vivi diventa irreplicabile. Quella cosa non la elimini, a meno di eliminare le persone e lasciare solo le macchine. Ma finché resta l’umano, quella magia è unicamente umana”.Quindi la speranza è lì?“Sì. In questo decadimento di valori, dedicarsi a una concretezza umana è l’unica salvezza. Non ho la pretesa di invertire il mondo: se deve marcire, marcirà. Però se qualcosa può restare vivo è l’esperienza umana per l’umano, in connessione con gli altri e con il mondo…”.A questo punto la videochiamata su Zoom si interrompe. Venerus richiama su WhatsApp: “Ecco, appunto. Le tecnologie che fermano le interazioni umane”. Poi riparte da dove si era interrotto.“Dicevo: tutto va verso un allontanarci dalla semplicità dell’interazione, del contatto. Alla fine, quando vivi l’esperienza nel modo più semplice, è lì che hai il massimo dell’esperienza e dell’emozione”.Qual è, allora, il momento irreplicabile?“Quello del Brasile. Quelli che suonavano non erano divinità. Erano persone che permettevano a tutti di vivere il momento. Non significa che tutto debba essere così. Però questo è l’estratto in purezza di quella sensazione”.
Venerus e l'ennesima (ri)partenza: "La musica mi ha portato in Brasile. Ho visto la connessione umana, la speranza per salvarci dalle macchine" - L'intervista
Dopo Speriamo e le apparizioni tra teatro, club e festival estivi, il cantautore milanese racconta il viaggio (musicale) a San Paolo, il prossimo tour e il biso






