di Paolo Giordano
Una band, un giovane alle prese con il suo dottorato, una «prossimità non solo geografica, ma esistenziale». Questa conversazione ha inizio a metà Anni Novanta, a Torino. «Il concetto di business era riservato a chi lavorava in banca. Ora è inculcato nella mente di tutti»
Nello stesso edificio dove Max Casacci ha il suo studio di registrazione e dove oggi c’incontriamo, lo studio dove i Subsonica hanno registrato gli album più recenti, compreso Terre rare, in questo stesso edificio ho abitato per un periodo. Quattro piani più in alto per l’esattezza. E, per l’esattezza, erano gli anni del mio dottorato, stavo scrivendo quello che sarebbe diventato il mio primo romanzo e avevo aspirazioni confuse, tra la fisica, la musica, la letteratura.Lo dico per confessare fin dal principio la prossimità, non solo geografica ma esistenziale, che sento verso i Subsonica. Diversa, nella sua natura, da quella che potrei avere con qualsiasi altra band. A vent’anni i Subsonica erano un orizzonte per me, l’unica realizzazione visibile in carne e ossa di quello a cui vagamente ambivo. Erano la forma del presente in cui mi riconoscevo. Il centro del paesaggio sonoro, artistico, della mia città.Insieme al mio collega musicale dell’epoca avevamo realizzato un remix di Livido amniotico solo per guadagnarci la loro attenzione, la loro benevolenza. Un gesto ruffiano. Un tardo pomeriggio di estate mi ero appostato fuori dal The Beach, uno dei locali dei Murazzi dove era facile incontrarli, e avevo aspettato almeno un’ora prima di trovare il coraggio di avvicinarmi e allungare a Max il cd del remix, insieme a qualche frase balbettata.Ignoro se l’abbia mai ascoltato, di certo io non gliel’ho mai detto in seguito, verrà a saperlo leggendo queste righe. Sono passati vent’anni, è tutto perdonato.Lo studio dei Subsonica non era lo stesso in cui c’incontriamo oggi. Si trovava altrove, più vicino al fiume, a un angolo di piazza Vittorio, quello del cinema Classico e del bar Elena. Rispondono Max e Samuel, alternandosi, completandosi.«Siamo stati nello studio di piazza Vittorio fino al 2007, fino a L’eclissi, salvo poi scoprire che non esisteva come immobile, che non era nemmeno accatastato... Piazza Vittorio era il luogo della nostra anima. Ai Murazzi e nei dintorni è avvenuto il cambiamento di uno stile di vita della città. Quando ce ne siamo andati abbiamo contato i passi, più di cinquecento, fino a qui. È stato uno strappo. Ma negli anni abbiamo scoperto che anche a Vanchiglia esiste una scena artistica. Forse la vivacità che nei primi duemila era in piazza Vittorio, adesso è proprio qui».I Subsonica hanno festeggiato il trentennale di carriera con una mostra fotografica su via Po, l’arteria spirituale della città, e con quattro concerti sold out alle OGR. Negli stessi mesi molte band iconiche degli anni novanta celebrano un trentesimo anniversario significativo, di un disco in particolare o della propria formazione. Radiohead, Smashing Pumpkins, Placebo... In Italia gli Afterhours, i Baustelle, i Verdena e, appunto, i Subsonica.«Gli anni novanta sono stati un periodo speciale. Tutta la creatività che era in pancia agli anni ottanta è esplosa. Nuovi spazi si sono aperti, come i centri sociali. D’un tratto per trovare le controculture non dovevi più sfidare il mondo, potevi semplicemente frequentare quei nuovi spazi, restando incolume. E in ambito musicale, i primi cinque anni del decennio sono stati irripetibili. In cima alle classifiche c’era la migliore musica indipendente».







