Scaffale Andrea Graziosi, «Classificare gli umani. Utilità, problemi, evoluzione, pericoli», per il Mulino. Tra i lemmi considerati: etnia, nazione, lingua, religione, classe, razza, genere
È un libro-staffetta questo che Andrea Graziosi presenta come dettagliata e autonoma premessa di un’opera maggiore, programmata in tre volumi per i prossimi anni (Uguaglianze, differenze e scelte umane), e riguarda uno spinoso terreno della storiografia, il titolo lo chiarisce nettamente: Classificare gli umani Utilità, problemi, evoluzione, pericoli (il Mulino, pp. 200, euro 17). Non è frequente, né agevole, la sistematica individuazione di categorie nelle quali collocare attori di rapporti, confronti, contrasti alla base di svolgimenti indagati facendo leva su agglomerati più o meno solidi e portatori di una pretesa autoidentità o di condivise condizioni. La polisemia, oltretutto, di molte denominazioni, se svincolate dall’epoca in cui circolarono, ha creato e crea ambiguità da vagliare criticamente costruendo una sorta di dizionario ragionato finalizzato a cogliere sfumature o mutamenti con il piglio weltgeschichtilich che non fa difetto alla narrazione dell’autore.
Basta un semplice ed esemplificativo elenco di lemmi per evidenziare il tema accennato: età, sesso e genere, etnia, popolo, nazione, lingua, religione, ceto, classe, casta, razza e si potrebbe continuare. Uno stringato ed efficace excursus di Graziosi edito nel 2026 su un tema tra i più scottanti – Il ritorno della razza – già conteneva l’ottica prescelta. Perché e con quale livello di validità l’impulso ad applicare concetti mistificanti o espulsi da un corretto vocabolario analitico stanno riacquistando vigore o sono ancora attualizzati e pronunciabili? Se si pensa che il biologo britannico Julian Huxley, meno famoso del fratello ma di sicura eccellenza, propose di sostituire «razza» con «etnia» per definire i popoli dell’area europea e che il malfamato termine è tutt’altro che scomparso ed anzi è inscritto – certo con intenti avversi a ogni discriminazione – nella Costituzione italiana all’articolo 3, salta agli occhi la persistente distanza tra accezioni correnti e controllato rigore.











