Si svegliavano ogni giorno all’alba, lavoravano tutto il nella raccolta stagionale delle fragole tra Calabria e Basilicata. Vivevano in condizioni precarie, tra spostamenti continui e alloggi improvvisati, i quattro giovani braccianti tra i 19 e i 29 anni, originari di Afghanistan e Pakistan, morti carbonizzati in un minivan ad Amendolara.
Le immagini del rogo riprese da una telecamera di videosorveglianza
Erano arrivati in Italia passando dalla Sardegna, poi la Calabria, infine le campagne della Sibaritide. Un percorso fatto di spostamenti continui, lavori stagionali, alloggi improvvisati e giornate scandite sempre allo stesso modo: alba, minivan, campi di fragole, ritorno la sera. Dentro questa routine si è consumata la vita dei quattro giovani braccianti morti carbonizzati in un furgone alla periferia di Amendolara, nel Cosentino.
I loro nomi sono oggi l’unica cosa certa in una vicenda ancora da ricostruire bene. Il più giovane era Ullah Ismat Qiemi, 19 anni appena. Accanto a lui c’erano Safi Iayjad, 27 anni, Amin Fazal Khogjani, 28, e Waseem Khan, 29. Insieme formavano una piccola comunità di lavoratori migranti, arrivati dall’Afghanistan e dal Pakistan per la raccolta delle fragole in Basilicata e Calabria. Con loro viveva anche Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, unico sopravvissuto. È riuscito a salvarsi sfondando il finestrino del minivan a testate, mentre il mezzo veniva avvolto dalle fiamme. È lui ad aver fornito agli investigatori elementi utili per ricostruire gli ultimi momenti prima dell’incendio, ripreso dalle telecamere di sorveglianza della stazione di servizio dove è avvenuto il rogo.











