Il più giovane di tutti, Ullah Ismat Qiemi, aveva 19 anni. Il più gande, Waseem Khan, dieci in più. Sono morti insieme, uno accanto all’altro, trasformati in torce umane perché avevano detto basta: volevano essere pagati il giusto per raccogliere le fragole nelle campagne della Basilicata. La stessa sorte è toccata ad Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, che di anni ne avevano rispettivamente 28 e 27. Erano tutte giovanissime, le vittime della strage di braccianti di Amendolara, dove due caporali della zona, i pachistani Safeer Ahmed e Ali Raza, li hanno rinchiusi in un minivan dentro una stazione di servizio lungo la statale 106, li hanno cosparsi di benzina e poi hanno appiccato il fuoco con un accendino. Saafer e Raza ora sono in carcere, accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato.
Avrebbero voluto ammazzare anche Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, afgano come tre delle quattro vittime. Ma lui è riuscito a fuggire e martedì ha raccontato quegli attimi, definiti “un inferno”, durante i quali è riuscito a fuggire da dentro la vettura riportando ustioni alle braccia e alle mani. I cinque condividevano tutto: la casa a Villapiana, spartita con altri cinque “invisibili” del Metapontino e della Siberitide tra materassi a terra e cucinino, l’occupazione nei campi dove raccoglievano le fragole per sostentarsi e aiutare le famiglie nei loro Paesi di origine. Agli altri quattro è toccato lo stesso destino, anche, dal quale Alamyar è riuscito a scampare per miracolo.










