di

Federico Fubini

L’amministrazione Usa non si cura che i suoi argomenti siano reali o anche solo verosimili: non è tardi perché anche l’Unione europea, come ha già fatto la Cina (con successo), ritrovi la sua voce nella diplomazia economica

Il ritorno dei dazi di Washington segna la rinuncia definitiva dell’amministrazione di Donald Trump a ciò che per decenni ha costruito e consolidato la leadership americana: il «soft power», nell’espressione celebre di Joseph Nye, la capacità di suscitare rispetto, ammirazione e di indurre gli altri Paesi a percepire i propri interessi come allineati a quelli degli Stati Uniti. Al posto del «soft power», la Casa Bianca di Trump non ha solo scelto di far prevelare una visione dei rapporti internazionali «a somme zero» nella quale a ogni affermazione americana deve corrispondere un danno anche dei suoi stessi alleati di ieri. Adesso c’è anche la perdita di senso della misura, che sconfina nell’arbitrio.

Così il rappresentante al Commercio Jamieson Greer ha annunciato nella notte come funzioneranno, in teoria, i nuovi dazi con i quali l’amministrazione cerca di sostituire quelli al 15% già cancellati dalla Corte suprema per abuso del potere esecutivo di parte di Trump.