Vienna. Si ignora se il nuovo premier magiaro Peter Magyar abbia letto Giambattista Vico, ma certo la sua dottrina per ridare fiato alla fortezza Ungheria dopo i 16 anni di “regno” autarchico di Viktor Orbán, sembra iscritta del solco dei “corsi e ricorsi storici” del grande filosofo napoletano. Ancora prima e della sua trionfale vittoria alle politiche del 12 aprile scorso (53 per cento), e della successiva elezione nel parlamento a Budapest il 9 maggio, Peter Magyar (45 anni) si era pronunciato per una rinascita dei vincoli storici della monarchia austro-ungarica, non come modello nostalgico passatista, ma come proiezione moderna di una futura cooperazione culturale, politica ed economica con tutti i paesi della Mitteleuropa facenti parte un tempo della vecchia corona asburgica: Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e, soprattutto, Austria. “Abbiamo condiviso per secoli lo stesso paese”, la monarchia austro-ungherese era una grande potenza in Europa, ha dichiarato giorni fa Magyar riferendosi alla storia ma anche alle prospettive economiche. L’Austria è il secondo partner commerciale dell’Ungheria dopo la Germania, con investimenti per 11,7 miliardi di euro, è il quinto paese più ricco dell’Ue, contribuente netto nelle casse dell’Unione (l’Ungheria è invece beneficiaria netta), e un reddito pro capite doppio di quello ungherese (55.770 euro contro 23.900)Non a caso le prime visite di insediamento da nuovo premier ungherese, Magyar le ha fatte in Polonia e, lo scorso 21 maggio, a Vienna dove è stato ricevuto con trasporto dal cancelliere Christian Stocker (Övp). Questi giorni poi era a Bruxelles, capitale dell’Ue detestata dal suo predecessore. A Vienna ha blandito il cancelliere esordendo in tedesco: “Sono felice di avere la possibilità di esercitare la vostra bella lingua” e giù con elogi della bellezza di Vienna e Budapest e il “comune passato storico e culturale”. Non si tratta di vagheggiare il ritorno di Francesco Giuseppe, il vecchio Kaiser che morì due anni prima del crollo dell’Impero e il cui regno durò 68 anni (1848-1916). Si tratta piuttosto di liberarsi della camicia di forza costruita da Orbán attorno all’Ungheria: di voltare pagina, aprirsi all’Europa, e spostare lo sguardo da Mosca a Bruxelles.Anche se prima era vicinissimo a Orbán e ha militato nello stesso partito Fidesz, prima di uscirne ed entrare nel 2024 in Tisza, con cui ha poi stravinto le elezioni, Magyar, pur restando un conservatore, ha un’agenda opposta a Orbán sull’Europa: la priorità è sbloccare gli oltre 17 miliardi di euro di fondi europei destinati all’Ungheria e congelati finora per violazioni dello stato di diritto. In cambio è intenzionato a non porre più il veto al mega prestito Ue di 90 miliardi all’Ucraina. Magyar conosce dal di dentro i meccanismi dell’Europa per essere stato da diplomatico e giurista nella rappresentanza ungherese a Bruxelles, prima di distanziarsi da Orbán. Ha già prospettato che forma potrebbe avere la rafforzata cooperazione centroeuropea: una fusione del gruppo di Visegrád – che riunisce dal 1991 Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia (divisasi poi in Repubblica ceca e Slovacchia) ma che nel frattempo ha perso parecchio smalto – con l’ancor meno incisivo “formato Slavkov” fra Austria, Repubblica ceca e Slovacchia. In agenda, regolari consultazioni governative, accelerazione di progetti di infrastrutture come i collegamenti ferroviari, migliori condizioni per i pendolari (si stima che fino a 150.000 ungheresi lavorino in Austria). Vienna da parte sua vuole la fine del mobbing fatto dal governo Visegrád ai danni di imprenditori europei, e austriaci in particolare, in Ungheria. I dissidi fra Austria e Ungheria nell’era Visegrád non erano pochi: da quelli comuni nell’Ue, alla prassi nel 2022 di fare arrivare in Austria migranti sotto banco, fino all’occhiolino che strizzava Visegrád all’ex cancelliere dimissionario, Sebastian Kurz. Ma Vienna ha sempre evitato un aperto conflitto con il vicino magiaro: “Se due vicini di casa non si piacciono, uno può sempre andarsene, ma fra due stati è difficile”, aveva ironizzato un anno fa Stocker. Tanto più ora quindi si rallegra dell’arrivo di Magyar. A Strasburgo peraltro i popolari della Övp e Tisza sono tutti e due nel Ppe. Già all’inizio degli anni 2000, con il cancelliere Wolfgang Schüssel, Vienna aveva proposto un’alleanza con i paesi di Visegrád. Ma i tempi non erano maturi: l’Austria era nel mirino dell’Ue, che le impose le sanzioni per l’ingresso del partito di Jörg Haider (Fpö) nel governo Schüssel (Övp), e nelle giovani repubbliche est europee era forte il timore che Vienna mirasse a una supremazia in stile asburgico sugli ex paesi della corona. Da allora di acqua ne è passata sotto i ponti: Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia sono membri dell’Unione europea dal 1 maggio 2004, e della Nato dal 12 marzo 1999 (tranne Bratislava che ha aderito il 29 marzo 2004). L’Europa è diventata una realtà, gli equilibri globali sono cambiati e impongono alleanze strategiche piuttosto che corse in solitaria. Di fatto, dalla fine della cortina di ferro in Europa nel 1989, Vienna ha sempre continuato ad attrarre i cittadini dalle vecchie terre della monarchia e rimane tutt’oggi un forte polo magnetico: ungheresi, cechi, slovacchi, polacchi sono presenti nell’ordine di centinaia di migliaia (si stima fino a 200.000), attratti sia per il lavoro sia perché residenti con passaporto austriaco. I nomi sugli elenchi del telefono sembrano presi dall’anagrafe del vecchio impero imperial-regio K+K. Che non per niente, dopo le modifiche costituzionali del 1867, si chiamava “doppia monarchia austro-ungarica” conferendo status paritario e sovrano all’Ungheria. Gli interessi all’interno del blocco centroeuropeo non sono identici, in parte divergono, come sulla guerra in Ucraina e il rapporto con Mosca: Vienna e Varsavia sono schierate apertamente con Kyiv, meno Praga con l’attuale premier Andrej Babis, e decisamente contro la Slovacchia con il premier filorusso Robert Fico. Escluso che la Mitteleuropa eguagli mai la potenza che era un tempo la monarchia asburgica (secondo impero continentale dopo la Russia con oltre 51 milioni di abitanti nel 1910). Ma un blocco compatto, con oltre 72 milioni di abitanti, avrebbe oggi sicuramente un’altra caratura politica ed economica, oltre che più peso negoziale a Bruxelles.