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Caro Direttore. Conosco Luigi Bisignani da tantissimi anni, e qualche tempo fa, in occasione della presentazione di un libro, mi aveva confidato il suo stato d'animo. Mi raccontava di una famiglia interamente laziale, di figli e nipoti allarmati per la situazione del club, e mi aveva preannunciato l'intenzione di scrivere qualcosa di personale. Quando poi quella lettera è uscita sul Tempo, l'ho letta con grande attenzione. E mi sento di sottoscriverla al cento per cento. Quello che ha scritto Luigi è esattamente quello che penso io, ed è quello che pensano tantissimi tifosi della Lazio. Mi dispiace, semmai, che la discussione si sia concentrata quasi esclusivamente su un dettaglio, ovvero la possibile cessione del club. Si è parlato fin troppo della presunta offerta, di chi avrebbe proposto cosa, ma il cuore di quella lettera è ben altro.
È il messaggio di fondo, e quello andrebbe ascoltato. Ciò che mi fa più male, oggi, è la mancanza di una visione del futuro. Non chiediamo di diventare il Paris Saint-Germain o il Manchester City, sarebbe assurdo. Vorremmo soltanto che la Lazio mantenesse una posizione dignitosa nel calcio italiano, magari riaffacciandosi con regolarità in Europa, da cui ormai sembriamo tagliati fuori. Invece, così come stanno andando le cose, ci stiamo avviando a un ridimensionamento assoluto. E in tutto questo pesa anche un altro elemento, forse il più amaro: l'astio enorme che si è creato tra le parti, e la difficoltà della proprietà a rendersi davvero conto del malessere diffuso. Forse a Formello non hanno percepito fino in fondo quanto questo sentimento sia ormai radicato. Prima si poteva parlare di una minoranza, magari rumorosa.






