Il 2 giugno fu solo l’inizio della storia. Quel giorno si scrissero le prime cinque parole della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica». Spettò poi all’Assemblea Costituente completare il lavoro per cambiare tutto e subito. Ma anche per organizzare le speranze del futuro. Non ci si attardò in rancori per un passato di tenebre. Del resto, ogni parola di quel testo ne recava la tacita negazione. Del fascismo, sconfitto in campo e negli spiriti dalla Resistenza, ci si occupò solo in qualche ultima disposizione.
Certo, fu «vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Ma per i «capi responsabili del regime fascista» fu prevista soltanto, con estrema cura di parole, «in deroga e con legge, per non oltre un quinquennio dalla entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità». Per i delitti aveva, del resto, già provveduto l’amnistia Togliatti, il 22 giugno 1946, appena venti giorni dopo il referendum (ecco perché questa volontà di «sorpasso» costituzionale, senza però alcuna «legge dell’oblio», contrasta con la lagnosa accusa ricorrente di «fascismo» per ogni nuovo fenomeno di autoritarismo: quando per pigrizia intellettuale, non se ne riescono a cogliere le vere cause specifiche).











