Le celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica sono passate davvero sottotono. E, naturalmente, ancor più sottotono è passato l’anniversario della contestuale elezione dell’Assemblea costituente, che iniziò i suoi lavori il 25 giugno 1946. Per gli ultimi romantici, forse un peccato; ma, in fondo, è normale che sia così.

Al di là di ogni retorica, è nella natura delle cose che l’esperienza della fase costituente abbia in qualche modo esaurito la propria forza di integrazione simbolica. Tutto quanto quella esperienza ha rappresentato si spiega in ragione di circostanze storiche di per sé irripetibili, e che sono ormai distanti incolmabilmente dalle circostanze attuali. È difficile identificare qualcosa di quell’esperienza che possa essere realisticamente riproposta oggi, quasi ad auspicarne reviviscenza, senza indulgere alla retorica stantia del laudator temporis acti.

Anche il dato che, di questa esperienza, potrebbe apparire politicamente ancora interessante – l’opera di compromesso che in Assemblea fu composta – andrebbe precisato. È vero, infatti, che il lavoro costituente fu determinato da una larga intesa dell’arco politico democratico che restò invariata fino all’approvazione del testo finale (nonostante, fuori dalle stanze costituenti, le divisioni cominciassero a infuriare). Ma la natura di quel compromesso si spiega (e si giustifica, se chiede una giustificazione) in ragione di circostanze oggettivamente eccezionali. Enzo Cheli, in un bel saggio su Il problema storico della costituente, del 1978, lo spiega molto bene. La tenuta di quelle larghe intese – che pure non furono scevre di critiche, prese di distanza, o almeno di precisazioni – fu agevolata enormemente, da un lato, dalla condivisione di un comune manifesto valoriale che includeva difesa dell’unità nazionale, rispetto per la tradizione risorgimentale e antifascismo, e dall’altra dalla comune appartenenza dei (principali) costituenti ad un comune coté culturale, con rapporti (almeno) di reciproca stima personale. Ciò rende quel compromesso un hapax legòmenon, inidoneo ad una realistica esemplarità.