Il 2 giugno 1946 non è soltanto il giorno della scelta tra monarchia e repubblica. È il giorno in cui il popolo entra davvero nella vita costituzionale del Paese e, con il voto per la Costituente, affida ai nuovi partiti di massa le decisioni fondamentali sul destino della Nazione.
La Costituzione è figlia di quel voto. E i nuovi diritti che introduce segnano il passaggio dallo stato liberale a quello democratico, dove la Repubblica ha il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitano di fatto libertà e partecipazione.
Cinque diritti, più di altri, raccontano questa svolta.
Il primo è il diritto alla salute. Nell’Italia liberale la salute era sostanzialmente un problema individuale o di igiene pubblica. L’articolo 32 cambia in radice il paradigma e lo qualifica come «diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività». Una formula inedita, che considera la protezione effettiva della salute come una delle più alte funzioni della Repubblica e, al contempo, la concepisce come diritto di libertà, intimamente connesso al valore della dignità della persona e al suo diritto all’autodeterminazione. Una concezione forse troppo avanzata per la cultura dell’epoca, tanto che troverà piena attuazione soltanto trent’anni dopo, con il Servizio sanitario nazionale del 1978. E ancora oggi quella promessa costituzionale resta fragile, tra crisi del welfare e resistenze a riconoscere all’individuo il diritto di decidere su di sé (per quanto non condiviso da tutti), specie per quanto riguarda la vita e la morte.










