È un giorno significativo, una data memorabile: 2 giugno 1946. Un anniversario vitale per noi cittadini della Repubblica italiana; eppure, puntualmente dopo ogni anno, al termine di ogni celebrazione, sembra cambi poco o nulla in Italia: uomini e donne hanno diritto al voto. Uomini e donne hanno scelto in maggioranza la «Repubblica». Quanta strada e quanto è stato lungo il processo di costruzione e cambiamento di un’Italia distrutta, nella miseria, lacerata dal dolore, dalla fame, dalla criminalità. Eppure, con la dedizione di molti uomini si è riusciti nell’intento di rendere l’Italia e gli italiani orgogliosi del proprio Paese?

La gran parte emigrò per l’assenza del lavoro in Italia, un vero e proprio esodo, il secondo invero dopo l’Unità d’Italia, negli anni sessanta all’incirca, con la speranza di un futuro, sentimento che per la maggior parte perdura e si ripete non solo nel Novecento, bensì finanche nel secondo millennio. Dati significativi che dovrebbero far riflettere e avrebbero dovuto e dovrebbero far agire la nostra «Repubblica», che è diventata «anzianotta», viene talvolta trascurata, trattata con superficialità, sebbene possieda la forza, il coraggio dei giovani.

L’opportunità del voto e la possibilità di scelta tra «Monarchia» o «Repubblica». Si può di sicuro discutere sulle due forme di governo, su un dato politico, su una realtà sociale e storica complicata e variegata, che seppur in alcune regioni d’Italia ha teso verso un governo monarchico, dopo essere state liberate da un ventennio fascista, dai conflitti mondiali, ha come sappiamo esordito la «Repubblica». Due aspetti essenziali emergono: la possibilità di scegliere, la libertà. In sostanza, non decide soltanto «uno», non impone, non c’è repressione, gli italiani sono cittadini liberi che si recano per la prima volta alle urne con la coscienza e consapevolezza di ciò che voglia significare dittatura, obblighi, povertà. La bellezza e unicità di un popolo di sentirsi libero, di godere dei diritti e dei doveri come sancirà la Costituzione entrata in vigore il primo gennaio del 1948. Da 80 anni possiamo ancora scegliere, 2 giugno 2026, da 80 anni siamo liberi, abbiamo un Parlamento, una Costituzione, ma qualcosa nel corso degli anni è cambiato. O forse no. L’essere umano continua a mostrare le proprie fragilità tra corruzione, incapacità o non volontà a gestire la «cosa pubblica», a guidare un Paese e a vivere rispettando princìpi fondamentali quali libertà, dignità, lavoro, vita. In definitiva, c’è stata una metamorfosi fenomenica e noumenica, di fatto però riflettendo sul tema si è acuito un profondo divario sociale ed economico tra Nord e Sud, in parte incentivato, e l’essere liberi ha comportato una deviazione, eliminando ogni limite, nonché la responsabilità di pensare e agire in modo retto, non solo seguendo il «giusto», ma perfino il bello, il buono, per sé e per l’altro nella reciprocità. Oltre a questa grave mancanza, di un «vuoto» comportando di fatto un gap sociale, c’è ancora una forte crisi culturale dove in assenza di ruoli, riconoscimenti, «ignoranze fatali», o ancor peggio illusione di sapere, l’Italia dimostra carenza nella formazione e nell’educazione della persona, non rispetto delle «diversità», non si è «sensibili alle differenze», non è garantito il lavoro come diritto sociale; mentre, si punta sull’omologazione, si va a «caccia» del diverso, non si accolgono pensieri diversi, si cospargono parole d’odio con l’incapacità di gestire rabbia e risentimento dovuti per la gran parte a una mala gestione della «res-pubblica». E allora, oltre ai dovuti festeggiamenti che tutti i cittadini italiani dovrebbero abbracciare, di ogni genere ed età, si dovrebbe pensare a creare un pensiero nuovo, un uomo nuovo, attraverso programmi di solidarietà e civiltà, di accoglienza e lavoro, di libertà e di responsabilità. Ogni cittadino dovrebbe sentire la vocazione di essere tale e per questo dimostrarsi responsabile in ogni sua azione per il bene pubblico, per il suo benessere, per mantenere soprattutto viva e solida la nostra Repubblica italiana.