Stavolta non sono rimasto a guardare. Dopo quarant’anni passati in platea, in galleria, dietro una telecamera o davanti a un taccuino, all’appello aperto di “Cantare amantis est” ho risposto come uno dei tremilacinquecento: mi sono iscritto, baritono dilettante e di lungo corso, e mi sono ritrovato al Pala De André di Ravenna con la fascetta verde al polso, quella dei bassi e dei baritoni, e la mia cartelletta di partiture in mano, confuso nella grande massa della mia sezione, per una volta dalla parte di chi canta e non di chi giudica chi canta.
Cento violoncelli, cento, anzi mille chitarre, mille cantori: la musica di massa non è una novità, né dei nostri tempi né di quelli passati. Ci sono i 100 Cellos di Giovanni Sollima ed Enrico Melozzi, c’è la “Sinfonia popolare per 1000 chitarre” di Franco Mussida, che nella sua massima ampiezza ha riempito piazza Duomo a Milano. Ci sono, soprattutto, le grandi feste del canto baltiche, che dal 1869 radunano sotto il cielo di Tallinn cori congiunti di trenta e più mila voci; e le orchestre-monstre da record, da Francoforte alla Caracas del Sistema di Abreu, e perfino i cori virtuali di migliaia di voci cucite insieme da uno schermo. La massa, dunque, non è la novità. La novità è chi la guida.








