E se provassimo a immaginare un museo diverso dalle classiche gallerie sfarzose a cui siamo abituati? Un’alternativa che, oltre a offrire l’opportunità di osservare i capolavori della storia dell’arte, renda possibile un’immersione autentica nei meandri di un’opera. Possiamo farlo lasciandoci guidare dalle intuizioni di Umberto Eco, la cui penna si è spesso soffermata sul ruolo che noi spettatori abbiamo come fruitori di tanta bellezza. Nella sua Bustina La cattiva pittura di Hayez, Eco afferma come il celebre autore del Bacio, opera romantica custodita alla Pinacoteca di Brera, “sia l'esempio di quello che la pittura non è”. Pur senza considerarlo affatto un pessimo artista, Eco ritiene che Hayez non rappresenti un modello estetico utile a far comprendere agli studenti l'essenza della pittura. Ciononostante, l’autore sottolinea che la popolarità del Bacio è, se non altro, “una delle occasioni per cui i turisti andranno poi alla pinacoteca di Brera e così forse avranno occasione di scoprirvi Piero della Francesca o Mantegna”. Insomma, le opere oggi considerate “instagrammabili” potrebbero agire come un magnete, capace di avvicinare lo spettatore a nuovi artisti e capolavori. Ma per creare uno spazio all'altezza dell’arte serve qualcosa in più. Nella celebre conferenza tenuta da Eco al Museo Guggenheim di Bilbao nel 2001, egli delinea il profilo del suo museo ideale, un progetto che egli stesso non esitò a definire “un’utopia”. Quanti di noi attraversano i saloni dei musei più affascinanti del mondo con l’effettiva intenzione di comprendere un'opera? Troppo spesso varchiamo quella soglia solo per verificare la presenza dell’originale, senza trarne alcun reale arricchimento, per poi trovarci a sgomitare tra orde di turisti pronti a trafugare (se non con lo sguardo, almeno attraverso lo schermo dello smartphone) il volto della Gioconda. Eco sostiene come il museo sia una struttura vorace, capace di accumulare capolavori di ogni genere e provenienza, ma che allo stesso tempo corra il pericolo di anestetizzare lo spettatore, privandolo di quell’esperienza estetica che solo le grandi opere sanno offrire. Come possiamo lasciarci catturare dalla bellezza dell’arte se ci limitiamo a uno sguardo fugace su una distesa di sculture e dipinti? Spesso riduciamo il museo a una “visita", rapida e distratta come quella che si fa a Natale ai parenti lontani, raccontandoci così che, dopotutto, “ci siamo stati". Altre volte, invece, desideriamo solamente sbandierare la nostra presenza in un luogo tanto famoso quanto, per noi, ancora sconosciuto. Senza voler generalizzare, è chiaro che non tutti visitino un museo col solo scopo di apporvi una bandierina: le persone desiderose di un’esperienza artistica più immersiva esistono e sono, probabilmente, la maggior parte. Tuttavia, è la struttura stessa del museo che potrebbe disorientare lo spettatore, esponendolo a innumerevoli stimoli che rischiano di spogliare le opere della loro aura. Proprio per questo Eco desidera un museo dedicato a un unico capolavoro. Immaginiamo di trovarci a Firenze, nella Galleria degli Uffizi, immersi in un contesto in cui la protagonista assoluta sia, temporaneamente, la Primavera di Botticelli. Non dobbiamo pensare a un salone spoglio che isoli il dipinto, ma a un itinerario che conduca al suo disvelamento, allesitito con pannelli virtuali dedicati all’osservazione dei dettagli e da “copie” con cui toccare i materiali. “Ci sarebbero sale introduttive sulla Firenze dell’epoca, la cultura umanistica, la riscoperta degli antichi […] Poi seguirebbero le opere dei pittori che hanno preceduto e ispirato Botticelli, nella bottega di Lippi e del Verrocchio […] e le opere di Botticelli prima della Primavera. Poi vorrei vedere quadri con volti femminili che annunciano quelli di Botticelli, o al contrario mi dicano che la donna all’epoca era vista in modo diverso e lui ha radicalmente innovato; dovrebbero udirsi le musiche che Botticelli poteva avere ascoltato, le voci dei poeti e dei filosofi che poteva avere letto, e se necessario dovrebbero apparire grandi fotografie dei paesaggi toscani […]; vorrei vedere documenti sulla flora dell’epoca, per capire come Botticelli abbia poi concepito i suoi fiori e i suoi alberi. Insomma, vorrei arrivare alla sala centrale, dove finalmente mi apparirà la Primavera, con l’occhio ormai educato di un fiorentino del Quattrocento”. Viene da chiedersi, tuttavia, perché i musei dovrebbero rinunciare alle proprie ricche gallerie (principale attrazione per i turisti) e concentrarsi su una sola opera alla volta. Un compromesso potremmo trovarlo nell’integrazione di mostre “immersive” ai percorsi canonici, lasciando al pubblico la scelta su quale itinerario percorrere. Un esperimento simile è stato fatto al Louvre nel 2019, sfruttando la realtà virtuale per valorizzare la Gioconda di Leonardo.A prescindere da come possa essere realizzata, l’idea di fondo è quella di trasformare la “visita" in un museo in un’esperienza estetica e sensoriale. D’altronde, è lo stesso meccanismo che scatta quando, da spettatori, ci sediamo a teatro o al cinema: non osserviamo diversi spettacoli contemporaneamente, ma veniamo rapiti da un'unica storia, lasciandoci catturare dai suoi grovigli e conquistare dai suoi personaggi. Conclude così Eco: “Se l’Utopia che ho delineato vi pare irrealizzabile, state calmi. Ho intitolato il mio intervento al museo del terzo millennio, e prima che questo millennio termini ci vogliono ancora 999 anni. Un tempo sufficiente per vedere – e spero di esserci - un’utopia realizzata”. Il museo con una sola opera d'arte Lasciandoci guidare dalle intuizioni di Umberto Eco, proviamo a indagare il nostro rapporto con l’arte. Che tipo di esperienza cerchiamo quando varchiamo la soglia di un museo? Quanto desideriamo conoscere realmente i più grandi capolavori della storia esposti davanti al nostro sguardo?
Il museo con una sola opera d'arte
Dall’utopia di Umberto Eco alla sfida dei musei contemporanei: può un solo capolavoro raccontare davvero l’arte?









