Difficile sfuggire al serpentone turistico che si snoda attorno ai soliti noti, agli idoli che dal Duomo in giù sono le tappe inevitabili del tour di massa. Il gioco funziona (soprattutto per gli autoctoni) quando è data l’occasione di sorprendersi, quando si ha la sensazione di aver vinto ancora una volta la caccia al tesoro, la corsa al mai visto.
Anche stavolta per fortuna la sorpresa c’è ed è scoprire che non solo a Torino (dove il personaggio e la sua opera hanno meritato un museo permanente) esiste una collezione dei capolavori plasmati da Francesco Garnier Valletti due secoli fa. Indefinibile personaggio nato a Giaveno in Piemonte, all’inizio confettiere, quindi modellatore di fiori di cera. Si trasferì per qualche tempo a Milano, abitante di contrada dei Filodrammatici al 1810, finché non divenne il ceroplasta forse più abile di ogni tempo, conteso dall’impero austroungarico e dallo zar russo.
La sua specialità fu la pomologia, ovvero lo studio dei frutti, di cui ha lasciato una collezione di riproduzioni (in cera appunto) ineguagliabile per qualità di fattura e vastità. Copie perfette, oltre il verosimile, di pere, ciliegie, albicocche (solo 98 sono le uve) di ogni genere realizzate con una tecnica mai del tutto compresa e tantomeno surrogata, ossessivo artigiano, erede imprevisto dell’Arcimboldo e delle ceste caravaggesche.









