Due giugno 1946: dopo tanti anni di un regime imposto dall’alto, che azzera il pluralismo e semina divisione, una ricostruzione dal basso che dà spazio alle diversità e promuove il bene comune. Le due icone bibliche che aprono l’enciclica Magnifica Humanitas – la rovina di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme – illuminano anche il passaggio, ottanta anni fa, dal fascismo alla Repubblica. Per gli italiani e per le italiane – che finalmente votavano – il 2 giugno 1946 fu un giorno felice. La presenza dei militari americani non appariva loro segno di un’occupazione ma di una liberazione: l’Italia, che aveva tanto sbagliato camminando testardamente da sola e spingendo il mondo verso la guerra, non era più abbandonata a se stessa. Stava nascendo un mondo nuovo, cui anche italiane e italiani erano chiamati a contribuire: votò più del 90% degli elettori, che scelsero per la repubblica contro la monarchia, per la responsabilità dei cittadini contro la passività dei sudditi (De Gasperi).Oggi la situazione è molto diversa. I liberatori di ieri appaiono sempre più lontani. La guerra in Iran ha messo in difficoltà tutto il mondo, allontanano ancora di più gli Stati Uniti dall’Europa – avvicinandoli paradossalmente alla Cina, oltre che alla Russia? – e aggravato i problemi dell’Italia. I sonni di Trump sono agitati dalla figura di Leone XIV, ma il Papa non è un suo rivale politico. È un leader spirituale che denuncia la disumanità di un mondo dove la guerra è stata normalizzata, nella falsa convinzione che faccia «inevitabilmente parte della natura umana», e non ha più l’obiettivo della pace, seppure attraverso la vittoria, «ma la perpetuazione del conflitto come fonte di potere e di rendita». In questo tempo di «notevole cecità spirituale e culturale», la Repubblica è chiamata, come dice il Presidente Mattarella, ad una prova di maturità. A scegliere nuovamente tra Babele e Gerusalemme. Da una parte, infatti, ci sono una enorme concentrazione di potere – tecnologico, economico e, indirettamente, anche politico – e l’affermazione di una cultura della potenza che travolge dignità umana e libertà interiore, corpi intermedi e democrazia (Magnifica humanitas). Dall’altra c’è l’urgenza di sostituire l’ordine internazionale realizzato dai vincitori della Seconda guerra mondiale con nuovo orizzonte di cooperazione e di pace, in stretta collaborazione tra paesi europei e non europei.Ma come può l’Italia essere all’altezza di tali sfide senza un sistema politico e leggi elettorali che coinvolgano gli italiani nella responsabilità di scelte così importanti? La partecipazione alle elezioni è sempre più ridotta e i due schieramenti contrapposti non riescono ad attirare un convinto sostegno degli elettori (né, tantomeno, la voglia di dare i “pieni poteri” a uno dei due). Coalizioni coatte ed eterogenee riscuotono poca fiducia. Sia dentro la maggioranza sia dentro l’opposizione ci sono infatti forze che la pensano all’opposto su questioni cruciali come la guerra in Ucraina, la tragedia del Medio Oriente o la difesa europea. E i complicati equilibri interni impediscono ad entrambe decisioni tempestive quando è necessario (il mondo cambia rapidamente: quello che andava bene con Biden non va più bene con Trump ecc.). Se si discute tanto del “rischio pareggio” – i sondaggi indicano che lo scarso numero di chi andrà a votare è più o meno diviso a metà – è perché gli italiani sono sempre più insoddisfatti di trent’anni di bipolarismo. È un disagio che va ascoltato.Nel Palazzo oggi molti vorrebbero che gli elettori facessero una scelta netta, trasmettessero in toto la loro sovranità al leader dello schieramento vittorioso e togliessero il disturbo per cinque anni. La riforma elettorale Stabilicum o Melonellum punta su premio di maggioranza (di cui in realtà beneficerà una minoranza), liste bloccate decise dai capipartito e un’indicazione preventiva del premier che ostacolerebbe la preziosa opera di raccordo e di equilibrio del Presidente della Repubblica. Chi vince potrebbe decidere da solo giudici costituzionali e Capo dello Stato, insomma avrebbe un potere enorme. Sono tutti elementi a rischio di incostituzionalità e per di più si vuole introdurre questa legge sul finire della legislatura, con i voti della sola maggioranza e senza dare il tempo alla Corte costituzionale di esaminarla. Insomma, ancora una volta, una strada dall’alto e non dal basso, senza peraltro – è il paradosso – dare a chi governa la forza necessaria a prendere grandi decisioni. Si dovrebbe andare in direzione opposta. Ri-attirare cioè gli elettori al voto, con una legge-trasparenza che faccia esprimere le diverse anime della società italiana e permetta ai cittadini di designare in modo diretto – con collegi uninominali, preferenze o altro – chi è chiamato a rappresentarli. Il recente referendum sulla magistratura ha mostrato che gli elettori tornano a votare quando vedono che il loro voto conta. C’è il rischio, in questo modo, di risultati elettorali difficili da gestire? Spetta alle forze politiche far capire ai cittadini le scelte impegnative cui l’Italia oggi non può sottrarsi e prospettare loro, in modo chiaro, diretto e sincero, la strada che propongono. Come il 2 giugno 1946. Diceva Aldo Moro in un passaggio difficile, «anche in questo momento io vi dico: crediamo in quel miracolo che la democrazia compie ogni giorno, cioè di assestare mirabilmente, incomprensibilmente, le cose. Fidiamoci di quella articolata molteplicità dei poteri che caratterizza la democrazia».