Bisognerà a un certo punto intendersi su cosa sia veramente il possibile pareggio alla base dei timori della premier, che per questo ha proposto una nuova legge elettorale. Un esempio che viene in mente è quello della “non vittoria” del 2013 che impedì a Pier Luigi Bersani, allora leader del Pd, di andare a Palazzo Chigi. Vincere alla Camera ma non al Senato effettivamente delinea l’impossibilità di formare una vera maggioranza. Sebbene, occorre ricordarlo, la “non vittoria” sia stata accompagnata per mesi dal rimpianto che se si fosse votato nel 2011, dopo la caduta di Silvio Berlusconi, piuttosto che sostenere il governo tecnico Monti, Bersani sarebbe stato senz’altro il vincitore. Della serie: se mia nonna avesse avuto le ruote… È da escludere inoltre che Matteo Renzi, che per il suo governo aveva dovuto ricorrere all’appoggio di Berlusconi, abbia voluto nel 2015 l’Italicum, legge poi cassata dalla Corte costituzionale, con l’idea di “non vincere” o pareggiare. Lo stesso dicasi per Ettore Rosato, incaricato nel 2017 di scrivere il Rosatellum. La vittoria e la sconfitta sono due approdi politici sempre possibili, si sa, a prescindere da chi si è fatto la legge su misura ed è andato incontro a uno sbocco politico imprevisto o opposto a quello per cui il nuovo sistema elettorale era stato pensato. La ragione reale per cui Giorgia Meloni insiste e non si arrenderà, costi quel che costi, finché la sua legge non sarà approvata, è più semplice: nel 2022 la vittoria del centrodestra, guidato per la prima volta da lei, fu così facile – grazie al fatto che non c’era una vera coalizione avversaria perché il centrosinistra si presentava diviso –, che la si sarebbe potuta scrivere a tavolino. E la maggioranza conseguita nelle due Camere, senza premio di maggioranza, talmente forte da risultare irripetibile. Oggi la premier sa di non sentirsi così sicura come quattro anni fa. Ed anche se i sondaggi la confortano dandole ancora un forte sostegno popolare, è consapevole che in una gara a due, non più solitaria come nel 2022, e sia pure con un avversario pieno di difficoltà e non in grado di risolverle facilmente, com’è il centrosinistra, qualsiasi risultato è possibile. Specie tra un anno, quando appunto si apriranno le urne. Ma tant’è: e chissà che non sia maggiore il rischio di cambiare le regole, invece di farsi coraggio.