Molti lo prevedono, molti lo temono, alcuni ci sperano. Che effetti avrebbe il pareggio elettorale? Cosa accadrebbe se, conclusa la campagna elettorale delle elezioni politiche del prossimo anno, nessuna delle due coalizioni che si confronteranno ottenesse la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere? Il pareggio non è solo possibile perché il Paese è diviso in due. Lo è anche perché difficilmente le due coalizioni, in campagna elettorale, avranno una grande capacità di attrazione su indecisi e astensionisti.
È improbabile che ci riesca la coalizione di governo. A un anno dalle elezioni tutto ciò che essa potrà fare (se ci riuscirà: le condizioni internazionali sono davvero difficili) sarà garantire alla meno peggio il «galleggiamento» del Paese, tamponare falle, ricucire strappi. Non esiste alcun governo di coalizione che possa, a un anno dalle elezioni, fare molto di più. Ma neanche la coalizione di opposizione sembra in grado di sviluppare la capacità di conquistare le fasce di elettori necessari per ottenere una completa vittoria. Chi invita la coalizione di sinistra, o Campo largo, a mettere sul tavolo idee e progetti che sappiano conquistare gli elettori meno ideologizzati è in genere consapevole del fatto che tale invito è plausibilmente destinato a cadere nel vuoto. La ragione per cui quelle idee e quei progetti non ci sono né probabilmente ci saranno è che la coalizione è troppo divisa al suo interno perché una qualunque idea avanzata dal partito X (per esempio, tanto per citare un tema caldo, in materia di sicurezza) non cada sotto il veto del partito Y. Il «minimo sindacale» per una coalizione che sta all’opposizione e che aspiri a governare è, per lo meno, un accordo di massima sulla politica estera. Non c’è neppure quello.












