Ripete in una telefonata di pochi minuti gli stessi concetti che aveva formalizzato davanti ai pm. Si sente vittima - «vittima disperata» - più che responsabile di quanto accaduto lo scorso 23 dicembre, a partire dai fatti interni alla sala operatoria di Bolzano. Eccola Gabriella Farina, la chirurga napoletana che ha realizzato l’espianto del cuore destinato al piccolo Domenico Caliendo. Come sono andati i fatti - almeno nelle linee generali - è storia drammaticamente nota: il cuore donato finisce in un contenitore antiquato, bruciato da ghiaccio sintetico sciaguratamente fornito nella sala operatoria di Bolzano. Il resto è la tragedia perfetta, con l’espianto del cuore nativo (prima che venisse dato l’allarme sulle condizioni dell’organo donato), la vita del piccolo affidata per 51 giorni a un macchinario, il decesso lo scorso 21 febbraio. Una vicenda che viaggia su un doppio binario: è attesa nelle prossime ore la decisione del gip Mariano Sorrentino sulla richiesta di interdizione per l’ipotesi di falso contestata ai chirurghi napoletani Guido Oppido e Emma Bergonzoni; mentre per le accuse di omicidio colposo, in relazione ai presunti errori sull’asse Bolzano-Napoli per l’espianto-trapianto, si attendono gli esiti dell’incidente probatorio. Due facce della stessa inchiesta condotta dal pm Giuseppe Tittaferrante e dall’aggiunto Antonio Ricci, mentre meritano attenzione le dichiarazioni rese dalla chirurga Farina a Report. Raggiunta telefonicamente, la dottoressa Farina torna a battere su due punti: la fornitura di ghiaccio sintetico a Bolzano; e la mancanza di formazione - a suo dire - a proposito dell’impiego dei paragonix (contenitori termici) acquistati dal Monaldi un anno prima del caso del piccolo Domenico.