Dal mezzogiorno di lunedì 3 giugno 1946. ora in cui si chiusero le votazioni per il referendum e l’elezione della Costituente, una grande incertezza, che ogni tanto assomigliava alla paura, cominciò a pesare sull’intera classe politica. Repubblicani e monarchici avevano fondati motivi per credere che l’altra parte, battuta dal voto popolare, non avrebbe accettato la sconfitta. Anche i giornalisti dei giornali più impegnati fummo consigliati di premunirci. Chi aveva un’arma la portò in redazione. Gli operai avevano fatto altrettanto. Io deposi nel cassetto della scrivania una vecchia Johnson Smith a tamburo, benché dubitassi che sarebbe scoppiata appena avessi tentato di usarla.I primi risultati del referendum giunsero al Viminale a tarda sera di quello stesso 3 giugno. Verso mezzanotte, il capo gabinetto di Romita (Giuseppe, ministro dell’Interno, ndr), posò sul tavolo del ministro una sintesi dei dati fino a quel momento raccolti: dai quali risultava che la monarchia era nettamente in vantaggio. Si trattava soprattutto di cifre arrivate dal Meridione, dove la maggioranza monarchica era prevista. Sul far dell’alba la tendenza iniziò ad invertirsi, con l’accumularsi dei risultati dell’Italia settentrionale. Ma l’impressione di incertezza seguitò a dominare il ministro per tutta la nottata e lo spinse a far diffondere soltanto una parte selezionata dei risultati, accompagnati da indiscrezioni anodine, buone per tutte le interpretazioni, e globalmente svuotate dalla precisazione che nessuna cifra sarebbe stata vera se non fosse stata ufficiale, e non sarebbe stata ufficiale se non l’avesse comunicata lui in persona. L’indomani, 4 giugno, alcuni giornali monarchici poterono perciò annunziare a grandi titoli la vittoria della monarchia e alcuni repubblicani la vittoria della repubblica. “La monarchia ha conquistato il 60 per cento dei voti” intitolò il “Giornale della sera”. L’“Avanti!” non osò riassumere la situazione altrimenti che con “La lotta tra i due simboli assume toni di alta drammaticità”.La sera, nella redazione del quotidiano socialista i musi erano ancora lunghi. La somma dei risultati parziali, quelli comunicati a sua scelta dal Viminale e quelli raccolti dai corrispondenti, diceva sì, che la repubblica aveva un milione di voti in più della monarchia, su un totale di circa 9 milioni di schede scrutinate, ma che quei 9 milioni erano in gran parte settentrionali, mentre nessuno di noi aveva ancora potuto metter l’occhio sui risultati delle roccheforti monarchiche del Meridione. All’ora di cena (si fa per dire: chi mai pensava a cenare?) i timori crebbero. I monarchici rimontavano. Alle 23, con ventiquattr’ore di ritardo sul Viminale, la monarchia usciva in testa alla repubblica dalla piccola calcolatrice della redazione socialista.Qualcuno suggerì di chiederne conferma a Romita. Disse testualmente: «Se non è già scappato, dovrà pur raccontarci qualcosa». Toccò a me cercare il ministro dell’Interno. Al Viminale risposero che non c’era, e questo confermò nel collega il sospetto che fosse scappato. A casa invece mi rispose la figliola, gentile ma turbata: «Papà era molto stanco, la notte scorsa non ha dormito. È appena andato a letto». Insistei con la signorina, pregandola di vedere se per caso fosse ancora sveglio. Nemmeno il principe di Condè sarebbe riuscito a prender sonno in una notte simile. Dopo qualche minuto, sempre più imbarazzata, la dolce interlocutrice mi comunicò con cresciuto imbarazzo: «Il ministro dorme profondamente, comunque conferma di non aver nulla da dichiarare». Testuale. Da, Milano, Arturo Tofanelli, allora capo redattore dell’edizione settentrionale chiedeva lumi. Le incredibili cifre che aveva davanti significavano addirittura che i monarchici avevano vinto nel capoluogo lombardo e persino in molte rossissime città della valle padana. Gli mandammo vaghe parole di incoraggiamento, come da chi sa tutto, ma non può parlare.Non ricordo quale collega finalmente ebbe l’idea: «Telefoniamo a Nenni. Se sa qualcosa, è l’unico che parla». Nenni era in casa. Incominciò tentando anche lui di soddisfarci con generiche frasi di fiducia. Insistemmo che la nostra non era semplice curiosità, ma avevamo un giornale da chiudere, e nessuno meglio di lui sarebbe stato in grado di capire le nostre necessità. Trattammo una diecina di minuti, quindi Nenni cantò. Ci fece promettere che non l’avremmo detto a nessuno e soprattutto che non lo avremmo scritto sul giornale dell’indomani, perché lui, Pietro Nenni, vice presidente del Consiglio e ministro della Costituente, una delle tre sole persone in Italia, con Romita e De Gasperi, esattamente informate sulla situazione, si era formalmente impegnato a non aprir bocca. Ecco la verità: la vittoria repubblicana era ormai certa, due milioni di vantaggio separavano la repubblica dalla monarchia, i voti non ancora scrutinati erano pochissimi. Però bisognava non dirlo subito, né tutto in una volta, per dar tempo al re di andarsene ed impedire un colpo di Stato.Ad onor del vero qualcun altro, oltre Nenni, non doveva esser riuscito a conservare intero il segreto. Era appena l’una, che Vittorio Gorresio ci telefonava da “Risorgimento liberale”, per chiederci conferma della vittoria repubblicana. Non ci sbottonammo, ma fummo a nostra volta informati che nella sala stampa tutti, più o meno, sapevano.Ciò rendeva più sgradevole la nostra parte di giornalisti che, pur conoscendo la verità, avrebbero dovuto fingere di ignorarla. Non potevamo capacitarcene. C’erano con noi Ignazio Silone, direttore dell’“Avanti!”, e Mario Alicata, direttore dell’“Unità”. Il massimo che il Viminale ci consentiva era un blando titolo: “Si delinea il volto della repubblica”. Alle 3 di notte ne rigiravamo ancora tra le mani la bozza. sempre più combattuti tra ubbidire o dire tutto. A quell’ora piombò in tipografia un cronista portando la notizia, raccolta chissà dove, che radio Montevideo aveva già annunziato la vittoria repubblicana in Italia. Alicata guardò Silone: «Se l’ha già annunziato persino radio Montevideo … Ormai è notizia pubblica, mondiale». Silone suggerì di servirsi dell’argomento per convincere Romita.Chiamato da Alicata, il ministro stavolta non si fece negare. Sentimmo tutti la sua voce sussultante, le parole smozzicate, l’urlo semistrozzato dentro il microfono: «Smentite radio Montevideo e renderete un servizio alla patria!». Avemmo l’impressione che, compiuto quello sforzo e lasciato cadere il telefono. svenisse.Non smentimmo radio Montevideo. Mandammo in macchina il giornale così com’era, e ci dedicammo subito a preparare un ‘edizione straordinaria per mezzogiorno, col titolo enorme: “Repubblica!”. Quando lo ebbe letto, Romita ci mandò a dire che lo avevamo «rovinato». Ma alle 18 del 5 giugno, facendo buon viso a cattivo gioco. decise di convocare i giornalisti al Viminale, per comunicare il risultato che ormai tutti conoscevano e ripetere che non permetteva pubbliche manifestazioni di giubilo. Più d’uno si buscò l’amichevole pugno sulla spalla che il ministro soleva distribuire in segno di cordialità. Quello che dette a me fu molto più forte del solito, e mi lasciò per alcuni giorni un segno bluastro sul bicipite sinistro.