L’incidente del drone abbattutosi su di un edificio della cittadina rumena di Galati, ubicata lungo il confine e separata dal territorio ucraino da appena 15 km, al di là delle disquisizioni sulla dinamica dell’accaduto – ce ne siamo occupati da queste colonne la settimana scorsa – sta comportando diverse implicazioni sia sul piano strategico, sia su quella tattico della Nato. L’Italia è stata tra i primi Paesi a reagire, confermando l'invio di aerei militari e di un adeguato numero di specialisti dell’Arma a supporto dei velivoli schierati sul teatro operativo, individuato presso la base Nato di Mihail Kogălniceanu a Costanza, in Romania.

La missione, annunciata frettolosamente dal governo e in primis dal ministro Crosetto, ha tra gli scopi dichiarati l'addestramento dei piloti rumeni contro le “incursioni” dei droni (incursione è un termine che lascia intendere una volontarietà nell’azione mentre la dinamica del drone – la cui nazionalità, peraltro, resta ancora sconosciuta – sembrerebbe lasciare ampio margine di attendibilità all’ipotesi deviazione del drone dopo un colpo da altro ordigno) oltre al pattugliamento dello spazio aereo collocato a ridosso del confine ucraino e nel Mar Nero.