Donald Trump immaginava di chiudere rapidamente i principali dossier internazionali della sua presidenza. Dall’Ucraina all’Iran, passando per Gaza, il presidente americano aveva promesso soluzioni rapide, spesso presentate come questioni di volontà politica più che di complessità geopolitica. Oggi, però, si trova di fronte a una realtà diversa: quella dello stallo. In una lunga analisi pubblicata sul New York Times, David Sanger scrive che Trump sarebbe entrato nella «fase di impasse» della sua politica estera.

Secondo Sanger, il caso più evidente è quello dell’Iran. Dopo aver presentato l’operazione militare contro i siti nucleari iraniani come una dimostrazione di forza decisiva, Trump aveva subordinato la tregua del 7 aprile alla «completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz». Un obiettivo che non si è realizzato pienamente. Anche se le trattative proseguono, il futuro del programma nucleare e missilistico iraniano resta sostanzialmente irrisolto e affidato a nuovi negoziati che l’amministrazione vorrebbe limitare nel tempo.

Il problema, osserva il New York Times, è che Teheran sembra aver compreso la riluttanza di Trump a riaprire un conflitto militare impopolare negli Stati Uniti. Molti esperti si aspettano quindi che l’Iran tenti di allungare i tempi delle trattative, replicando una strategia già adottata con altre amministrazioni americane.