Donald Trump ha spento l’entusiasmo con cui si era proposto come l’uomo capace di chiudere la guerra in Ucraina in poche mosse. Ha rimandato la decisione di “due settimane”, la sua formula tipica per non impegnarsi, ma il dato politico è che oggi si trova davanti a un bivio reale. O a più strade. Non si tratta più di retorica né di show mediatico, ma di opzioni concrete, con conseguenze sugli equilibri internazionali e sulla credibilità anche interna. Le domande che si sta ponendo il presidente americano sono due: come uscire dallo stallo visto che Putin e Zelensky hanno dimostrato di essere olio e aceto? E a chi addossare la colpa del fallimento?

La prima opzione è l’arma economica. Trump può imporre nuove sanzioni e dazi, diretti ma anche secondari, colpendo i paesi che continuano a importare petrolio e gas russi. Un linguaggio che conosce bene: i dazi producono titoli, spostano i mercati, danno un’impressione di controllo. Di leadership. Ma senza Europa e Asia disposte a reggere l’urto, il risultato rischia di essere un giro a vuoto, con Mosca che devia i flussi e incassa comunque.

L’opzione più rapida e spettacolare sarebbe il congelamento del fronte sotto forma di tregua concessa da Putin, ma senza riconoscimento ucraino delle annessioni russe. Armi giù, e in cambio l’accettazione della perdita di controllo di un quinto del territorio ucraino, dal Donetsk al sud. Politicamente Zelensky non può concederlo, militarmente significherebbe scoprire le difese future. Per Trump sarebbe un annuncio da spendere, un successo immediato ma destinato a implodere appena la Russia decidesse di riprendere l’offensiva.