In un momento Boskoviano («Partita finisce quando arbitro fischia», sublimava l’ovvio, l’allenatore), Donald Trump ha concluso l’incontro con Vladimir Putin dicendo che non c’è un accordo finché non c’è un accordo. E si è messo al lavoro per le trattative: secondo indiscrezioni della Cnn, che il presidente punta a un trilaterale con Mosca e Kiev già entro venerdì. «Grandi progressi sulla Russia – ha scritto ieri in un post pubblicato su Truth Social – state sintonizzati». Intanto, dopo aver fatto un giro di telefonate con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i leader europei, ha annunciato che avrebbe perseguito un accordo di pace anziché un cessate il fuoco in Ucraina e ha giustificato il cambiamento sottolineando la fragilità di un armistizio (vedi gli accordi di Minsk del 2015, che lo zar ha firmato alla stregua di una cartolina per la prozia). Sul tavolo ci sono le rivendicazioni russe, l’orgoglio e la frustrazione ucraina, le garanzie di sicurezza di Kiev e dell’Europa intera: se il Cremlino fosse legittimato a tenersi quasi un quarto del Paese invaso, poi potrebbe toccare alla Moldavia o agli Stati Baltici.

Zelensky si vedrà certamente costretto a fare concessioni territoriali. Tuttavia, l’inviato speciale Steve Witkoff, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato che la Russia ha fatto «alcune significative concessioni» in relazione alle cinque regioni ucraine al centro dello sforzo bellico, «anche se questo non significa che siano sufficienti» (si tratta della Crimea, annessa al suo territorio nel 2014, e di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, gli oblast annessi nel settembre del 2022). «Il punto è – ha continuato Witkoff – che abbiamo iniziato a riscontrare una certa moderazione nella modalità in cui pensano che si possa arrivare a un accordo di pace», ha concluso Witkoff. Sul fronte territoriale, Mosca ha anche “acconsentito” a ritirarsi da Sumy e Kharkiv. Resta più incerto il futuro del Donbass e del controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Dopo lo scambio di territori, si aprirebbe un capitolo sullo status giuridico delle aree annesse alla Russia: l’amministrazione Biden aveva sostenuto le richieste dell’Ucraina sulla futura reintegrazione dei territori, Trump non si farà problemi ad acconsentire alla definitiva cessione delle terre occupate per fermare l’aggressione di Putin, che ha chiesto anche il riconoscimento del russo come lingua ufficiale oltre all’ucraino e la piena libertà di culto e di operatività in territorio ucraino alla Chiesa ortodossa russa. Il nuovo confine ucraino gradito a Mosca dovrà però avere solide garanzie di sicurezza. In caso di accordo di pace, Trump ha offerto a Zelensky protezione in stile Nato ai sensi dell’Articolo 5. L’Ucraina rimarrebbe cioè nominalmente un Paese neutrale e non diventerebbe un membro a pieno titolo dell’Alleanza atlantica. Godrebbe però della maggior parte delle protezioni garantite ai Paesi membri del Patto: in caso di attacco a un membro, per il principio di difesa collettiva, gli altri 31 ne garantiscono la sicurezza militare. E sarebbero quindi tenuti a intervenire militarmente per difendere la sovranità di Kiev. Difficile che l’inquilino della Casa Bianca pensi davvero di tornare alla politica neocon dei boots on the ground, ma secondo il Wall Street Journal avrebbe detto di essere pronto a offrire supporto militare a una forza «di rassicurazione» guidata dagli europei, senza impegnarsi a portare truppe americane direttamente a Kiev. A confermare la versione del Wsj è stato ancora Witkoff: «Siamo riusciti a ottenere la seguente concessione: che gli Stati Uniti possano offrire una protezione simile a quella prevista dall’Articolo 5, che è uno dei veri motivi per cui l’Ucraina vuole entrare nella Nato.