YEREVAN. L'Ararat appare all'improvviso, immenso, bianco, sfuggente: difficile distinguerne nitidamente la vetta, spesso velata da un mix di nebbia e nuvole. Con i suoi oltre cinquemila metri il monte – noto in quanto leggendario luogo di approdo dell'Arca di Noè dopo il diluvio universale – domina l'orizzonte di Yerevan e accompagna ogni spostamento, ogni strada, ogni vigneto. È il simbolo dell'Armenia, anche se oggi si trova oltre confine, in territorio turco. Una ferita geografica che racconta bene la storia di questo piccolo Paese incastonato tra Europa e Asia, terra di passaggio e di conquista, di imperi e di resilienza.

L'Armenia porta ancora addosso il peso del genocidio del 1915, la lunga stagione sovietica e la perdita di gran parte di quella che gli armeni chiamano ancora oggi la Grande Armenia, quando il suo territorio si estendeva tra il Mar Nero, il Mar Caspio e il Mediterraneo.

I panorami mozzafiato dell'Armenia (@CMB)

Il vino come rinascita

Eppure, c'è qualcosa che oggi racconta una nuova fase della sua storia: il vino. Inteso come bevanda certo, ma soprattutto come orgoglio nazionale, economia, turismo, oltre che storia e racconto collettivo. E come paesaggio: qui le vigne intervallano distese verdi straordinarie che si dipanano in orizzonti a metà fra gli altopiani abruzzesi ai piedi del Gran Sasso e la Nuova Zelanda del Signore degli Anelli.