Yerevan ha l’aspetto di una città sospesa in un futuro parallelo. Appena fuori dal centro urbano domina il profilo del monte Ararat, che si staglia come una presenza solenne sopra una corona di montagne verdi. Attorno, il paesaggio è costellato di antiche chiese ricche di storia e da una natura che sembra scolpita da un genio ribelle, come nel caso delle spettacolari geometrie delle Stone Symphony.

All’interno della città edifici sovietici brutalisti si alternano a delle sculture magnificenti da grande impero coloniale, come la scalinata più famosa della capitale, Cascade Complex. Ma il tocco che scombina ulteriormente le carte è l’estrema gentilezza del popolo armeno, così ancorato alle tradizioni, al rispetto, all’orgoglio, alla propria dignità. Che si commuove di fronte a un tappeto antico intrecciato a meno ma che sarebbe pronto a toglierlo dal piedistallo di un museo per avvolgere uno straniero tremante di freddo.

Futuro e passato si intrecciano senza volersi toccare, quasi a spartirsi parti diverse della città. Forse i punti di contatto di queste rette parallele si trovano solo nei nuovi ristoranti e nei bar di tendenza: creati per una metropoli ma ricchi di tradizione al cuore (o meglio alla carta), aperti ai prodotti internazionali ma conservando gelosamente, e promuovendo incessantemente, le coltivazioni locali. A partire dal vino, che è nato qui.