La cosa più sorprendente dell’Armenia non è un monumento, né un paesaggio in particolare. È il fatto che, mentre stai ancora cercando di capire dove ti trovi, lo scenario cambia completamente. Parti da una capitale caotica e polverosa, venti minuti dopo sei in una gola ombrosa con un monastero scavato nella roccia, un’ora più tardi attraversi un altopiano che sembra la Mongolia e nel pomeriggio ti ritrovi in una stazione termale che pare uscita da un romanzo russo. È come fare un viaggio lunghissimo restando dentro un territorio relativamente piccolo: ogni tappa richiede qualche ora di strada, ma basta spostarsi per ritrovarsi in un paesaggio che non ha nulla a che vedere con quello precedente. Si parte con canyon aridi, si finisce tra boschi umidi, poi all’improvviso un lago così grande da sembrare un mare. Chi ama guidare si divertirà moltissimo; chi non ama guidare… imparerà a farlo, o si affiderà a un autista con stoica gratitudine.
Il monastero di Noravank (foto:Marina Palumbo)
Il primo “quadro” arriva subito, appena fuori Yerevan. Il monastero di Geghard si nasconde dentro una gola stretta e fresca, dove il sole entra solo a tratti. Il complesso sembra incastrato nella montagna: metà costruito, metà scavato nella roccia viva. Dentro l’aria è fredda anche ad agosto, con un odore netto di pietra bagnata e cera consumata. Le voci diventano un brusio basso, come in una caverna. In una nicchia una sorgente sottilissima scorre senza sosta; qualcuno si bagna il viso, qualcuno riempie una bottiglia, qualcuno resta lì a fissarla come se avesse tutto il tempo del mondo — e in effetti qui sembra proprio così.







