Capitale più antica di Roma, ma con l’energia di una città che si reinventa ogni dieci anni: Yerevan è un mix inatteso di taverne dai profumi golosi, arte moderna e pietra rosa, dove ogni angolo sembra avere una storia da raccontare — e qualcuno pronto a raccontartela. È una capitale che vive in diagonale tra l’antico e il sovietico, con la disinvoltura di chi non ha mai smesso di reinventarsi. Due giorni bastano per innamorarsene, o almeno per farsi contagiare dal suo ritmo lento e curioso, da città che non vuole impressionare ma affascinare piano. Giorno 1 – Pietra rosa e storie scritte a mano Mattina La colazione, a Yerevan, non è mai una corsa. Al Coffeeshop Company o al Aperitivo Yerevan Café, puoi cominciare con un espresso all’italiana (decente, sorprendentemente) o con un caffè alla turca servito in tazzina di rame, denso e dolce come una promessa. Se vuoi qualcosa di locale, chiedi una fetta di gata, una sorta di focaccia burrosa con zucchero e vaniglia, amata da chiunque sia nato nel raggio di mille chilometri. Da lì si cammina verso Piazza della Repubblica, cuore geometrico e sentimentale della città. Le architetture di pietra tufacea color albicocca ricordano un classicismo filtrato da Mosca, con un tocco d’orgoglio armeno. Di giorno è ampia e severa; la sera, con le fontane danzanti, diventa un palcoscenico improvvisato per famiglie, turisti e bambini armati di gelato. Da qui, imbocca Mashtots Avenue per raggiungere il Matenadaran, il grande istituto dei manoscritti antichi. L’edificio, in pietra grigia, domina la città come un monaco di granito: dentro custodisce oltre 20.000 volumi miniati, atlanti, testi filosofici e medici, molti scritti in armeno antico, una lingua che sembra scolpita più che scritta. Vale la pena dedicargli almeno un’ora: è come entrare nel cervello di una civiltà intera.