«Non ricordo un momento così drammatico». Vito Mancuso lo dice senza alzare la voce, con la misura che rende ancora più netta la gravità del giudizio. A dicembre compirà 64 anni; ha attraversato gli anni del terrorismo, delle stragi, di disastri ambientali. Eppure il tempo presente gli appare segnato da qualcosa di nuovo: «Un senso di lacerazione, di sfilacciamento inedito, grande». In piazza Umberto I, oggi (domenica 31 maggio) nell’ultima giornata del Festival della Tv di Dogliani, il teologo e filosofo dialoga con il direttore de La Stampa Andrea Malaguti in un incontro dal titolo che è già una presa di posizione: “Il coraggio della gioia: conversazione sulla bellezza come resistenza civile”. Un tema che attraversa anche la riflessione di Mancuso ne "Il dono della gioia", mentre il suo libro più recente è "Gesù e Cristo", pubblicato da Garzanti nel 2025. Malaguti parte dalla durezza del mondo di oggi. Ricorda l’intervento romano di Peter Thiel, l’uomo della tecnologia e di Palantir che legge il presente evocando l’Anticristo e indicandolo in Xi Jinping. «Com’è possibile – domanda che proprio chi lavora sul futuro più avanzato dell’umanità ricorra alla figura del demonio?». Mancuso non pretende di interpretare Thiel, ma allarga il discorso: «Noi esseri umani siamo portati a pensare il mondo come bene e male, come noi e loro. È una struttura antica, archetipica, che oggi torna a imporsi con forza». E il paradosso inquietante è che a usare quelle categorie siano anche uomini che hanno nelle mani strumenti potentissimi, fino alla regolazione dell’intelligenza artificiale: «Sono persone come Thiel che ci fanno paura».