Se le lacrime finiscono, mi piacerebbe farne un romanzo per foto. L’ho visto processato alle Frattocchie quando ancora esisteva il Pci. Alla bocciofila di Albizzate l’ultima estate: lo annunciano dall’altoparlante, il pubblico si alza ad applaudire, e lui ringrazia. A fare la cronaca di una veemente partita della pace Comunità ebraica-Palestina (lui non scriverebbe mai veemente). A un Festival di giornalismo in cui dichiarò: «Mi sento come un coccio etrusco alla Fiera aeronautica di Seattle». In tribuna stampa a Ischia, prima di una partita di Serie D: arriva un collega e dice: il posto è mio. E lui: anch’io sono un giornalista, mi chiamo Gianni Mura. E l’altro: allora io sono Napoleone.

L’ho visto dialogare con Tommie Smith, quello del pugno alzato di Mexico ’68, a Perugia. Accogliere in redazione Lee Evans, che lo stesso pugno levò al cielo alla premiazione dei 400 metri, ma nessuno lo ricordava più. Scrivere due pagine di cuore su una pallavolista romena in declino, finita in provincia, e sul tavolo aveva un cartoccio di Tavernello. Innamorarsi dei campioni, soprattutto ciclisti: Gimondi, Pantani, Nibali. Sull’orlo del pianto, pensare all’addio al giornalismo ai tempi del doping, «contro quelli che rubano il pane». Parlare di razzismo negli stadi quando le curve venivano celebrate come folklore, andare al Binario 21 di Milano con Capossela. Condurre una meditatio a numero chiuso a Sotto il Monte. Il tema? Una frase di Isaia: "Essi trasformeranno le loro spade in aratri". E riempire una sala parlando di Impressionismo e Grande Boucle, tutto giocato sui colori della Provenza, forse a Genova.