Sempre più coppie giovani vanno a vivere insieme per motivi pratici, poi scoprono che dividere casa non basta

Si entra in una casa insieme con una scatola di piatti, due valigie, un abbonamento internet da intestare a qualcuno e quella frase buttata lì, molto adulta solo in apparenza: “Così risparmiamo”. Funziona benissimo per dividere l’affitto, le bollette, la spesa, magari pure il costo della lavatrice nuova. Funziona meno quando la convivenza comincia a chiedere altro: presenza, pazienza, progetto, capacità di litigare senza trasformare il salotto in una succursale del tribunale emotivo.

La convivenza di coppia, per molte nuove generazioni, ha cambiato pelle. Prima somigliava spesso a un anticamera del matrimonio, una specie di prova generale con i mobili dell’Ikea e la suocera sullo sfondo. Oggi, almeno secondo una ricerca condotta su giovani adulti in Inghilterra e Galles, entra più spesso dentro una vita già precaria, mobile, meno lineare. Si va a vivere insieme per uscire dalla famiglia d’origine, per comodità, per desiderio di autonomia, per alleggerire le spese. Tutte ragioni comprensibili. Anche molto concrete. Il problema arriva quando quelle ragioni restano le uniche fondamenta della casa.