Spot sui social, piattaforme che promettono accesso rapido a uno psicologo, sistemi di matching automatico, abbonamenti mensili e colloqui prenotabili in pochi minuti. Negli ultimi anni la psicoterapia online è uscita dalla nicchia ed è diventata un fenomeno di massa. Ma cosa succede quando la salute mentale entra dentro infrastrutture pensate per scalare utenti e prestazioni? E soprattutto: è ancora corretto parlare di semplice “terapia online” o siamo davanti a un cambiamento più profondo del lavoro clinico? Nella ventiseiesima puntata di Grande Giove abbiamo provato a rispondere insieme ad Anna Pisterzi, psicoterapeuta e docente per convenzione presso l’Università di Torino, ed Emanuele Köhler, avvocato e membro della Commissione Tutela dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, registrata in diretta in occasione di Wired Health 2026.Cogito ergo digito: la psicologia in reteIl primo dato che emerge è che il mercato è più frammentato di quanto suggerisca la sua immagine pubblica. “Uno studio italiano del 2024 ha mappato 44 piattaforme di psicologia e psicoterapia online - racconta Pisterzi -. Non sono riconducibili a un solo modello: ci sono startup, realtà no profit, cooperative e strutture ibride. Cambiano i contratti, i prezzi e anche il modo in cui viene organizzata la prestazione”. Dentro questo sistema si muove un numero significativo di professionisti. Le stime parlano di almeno 12mila psicologi coinvolti, su circa 150mila in Italia, e di alcune centinaia di migliaia di prestazioni erogate. Dati però incompleti. “Non esiste una mappatura chiara del settore - sottolinea Pisterzi -. Non sappiamo con precisione né quanti utenti né quanti operatori lavorino stabilmente dentro questi sistemi”.Il punto non è solo quanto sia grande il fenomeno, ma cosa cambia nella pratica clinica. “La terapia online è un paradigma diverso - dice Pisterzi -. Non è solo il canale che cambia. Cambia il setting, cioè la cornice della relazione clinica. E cambia anche il modo in cui questa cornice viene costruita, che non è più interamente nelle mani del terapeuta”. Lo schermo introduce variabili nuove: la distanza fisica, la gestione dello spazio domestico del paziente, la qualità della connessione, ma anche una diversa esposizione emotiva. Alcuni aspetti della relazione si attenuano, altri si amplificano. E questo richiede competenze specifiche che oggi non sono ancora standardizzate. “Non esiste una formazione uniforme sulla terapia online - continua Pisterzi -. Ci sono corsi, iniziative degli ordini, qualche esperienza universitaria, ma manca un impianto condiviso. E molti professionisti iniziano proprio così”. Sul piano normativo, invece, la cornice resta invariata. “Il codice deontologico è unico, non cambia tra online e offline - conferma Köhler -. Cambiano i contesti, ma i principi restano gli stessi e il dovere resta quello di tutelare il paziente anche quando questo significa interrompere o modificare il percorso”.Un altro nodo riguarda il ruolo delle piattaforme. Sono semplici intermediari o soggetti che incidono sulla prestazione? “Se si limitano a mettere in contatto paziente e professionista, restano esterne al rapporto clinico - spiega Köhler -. Se invece organizzano il servizio, gestiscono il percorso e incidono sulle modalità di erogazione, si avvicinano a una struttura sanitaria”. Ed è qui che emergono le tensioni più evidenti. Molte piattaforme operano con logiche da startup: crescita rapida, investitori, obiettivi di scala. Un assetto che non sempre si sovrappone senza attrito alla natura del lavoro clinico e si può rischiare di influenzare tempi, modalità di lavoro e gestione dei pazienti. Köhler aggiunge un livello ulteriore: quello contrattuale. “Gli accordi tra piattaforma e professionista possono entrare in tensione con i doveri deontologici. Penso soprattutto alla gestione dell’interruzione del percorso terapeutico, che è un momento clinicamente delicato”.Nonostante tutto ciò, il fenomeno della psicoterapia on line ha avuto un impatto evidente sull’accesso alla cura. “Per molti giovani oggi la terapia è diventata una possibilità normale - dice Pisterzi -. Non è più qualcosa di eccezionale o stigmatizzato”. Le piattaforme hanno intercettato una domanda già esistente e hanno colmato, almeno in parte, un vuoto del sistema pubblico. In un contesto in cui l’offerta di psicologi nel servizio sanitario resta limitata, il digitale ha funzionato anche come canale di accesso. Resta però il problema della sovrabbondanza di contenuti psicologici nei social. Informazioni semplificate, diagnosi auto-costruite, linguaggi clinici usati fuori contesto. “Il problema non è la divulgazione in sé, ma quando diventa indistinta e contraddittoria - osserva Pisterzi -. Su certi temi, questo genera più confusione che orientamento”. La sensazione finale è che la psicoterapia online non sia un semplice cambio di formato, ma un sistema in cui si intrecciano clinica, organizzazione del lavoro e logiche di mercato. E che il punto non sia solo tecnologico, ma culturale e regolativo: capire dove finisce uno spazio e dove ne inizia un altro.Grande Giove è una serie videopodcast su tecnologia, scienza e innovazione, powered by Wired. Ai microfoni Daniele Ciciarello e Matteo Imperiale. Alla produzione Ludovico Casalone e Federico Meneghini. Coordinamento editoriale di Tommaso Perrone e Riccardo Saporiti. In redazione: Marta Abbà, Samantha Colombo e Nicholas David Altea. Supporto YouTube: Martina Bellet. In segreteria: Elena Lotto