Mentre i terapeuti delegano alle macchine lavori da segretario, chi soffre si confida allo schermo credendo a ogni sua parola. L'appello per salvare lo spazio dell’ascolto vero

C’è un gesto nuovo tra le persone, che si ripete quando i pensieri iniziano a farsi troppo pesanti da portare da soli. È quello di aprire una chat, di scegliere l’Intelligenza Artificiale preferita e confessarle un momento di malinconia, un attacco d’ansia o la fatica di una giornata storta, sapendo che lo schermo risponderà subito. Questo fenomeno, è ormai diventato un’abitudine, un fenomeno collettivo che sta ridisegnando i confini della nostra fragilità.

Quando l’ansia la calma ChatGPT

Per capire quanto questo legame con la tecnologia sia diventato stretto, basta guardare dentro gli studi dei terapeuti. Il Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, ha condotto una vasta indagine coinvolgendo circa 5.900 specialisti. I risultati fotografano un cambiamento profondo: più della metà delle persone che seguono una terapia, ammette di usare software intelligenti per cercare un sollievo immediato alla solitudine o per dare un nome ai propri disagi emotivi.

Se anche gli psicologi usano l’AI