Secondo l’analisi di Harvard Business Review, usiamo l’Ia più per ricevere un supporto emotivo che per lavoro. Una stampella disponibile e gratuita che aiuta la gestione di ansia, dubbi e solitudine

Forse la cosa più interessante dell’intelligenza artificiale nel 2026 è questa: non la stiamo usando prima di tutto per lavorare meglio, ma per sentirci meno soli, meno confusi, meno in ansia. Altro che “assistente di produttività” o “collega virtuale”. Nella vita reale, fuori dalle presentazioni aziendali, molte persone aprono ChatGPT, Claude o Gemini non per scrivere una mail perfetta, ma per dire: «Mi sento uno schifo, aiutami a capire cosa mi sta succedendo».

La nuova analisi pubblicata da Harvard Business Review a giugno 2026 racconta proprio questo spostamento culturale: l’uso numero uno dell’Ia generativa è “terapia e supporto emotivo”, una categoria che, secondo i dati citati, è passata dal 5% all’11% del totale. Al secondo posto c’è il troubleshooting tecnico, quindi il classico “perché il computer non funziona?” o “perché questo codice dà errore?”. Solo dopo arriva un’altra categoria sorprendente, ma molto umana: “divertimento e cose senza senso”. Tradotto: usiamo l’Ia per sfogarci, capirci, risolvere problemi pratici e anche perdere tempo.