L’uso intensivo delle intelligenze artificiali conversazionali può alimentare forme di dissociazione, paranoia e perdita di contatto con la realtà. Un rapporto tra innovazione tecnologica e salute mentale ancora poco studiato.
A un certo punto aveva scritto al chatbot che credeva di poter volare. Il sistema gli aveva risposto che, se ci credeva davvero, non sarebbe caduto da un edificio di 19 piani. È uno dei casi raccolti in uno studio pubblicato su una rivista del gruppo Nature, che prova a mettere a fuoco un problema ancora nuovo ma già molto spinoso: il rapporto tra chatbot e psicosi, cioè tra innovazione tecnologica e salute mentale.
Una piccola parte di utenti mostra segni di disagio mentale
Gli autori – esperti del King’s College di Londra e dell’Università Protestante di Scienze Applicate di Bochum – partono da un dato reso pubblico da OpenAI: secondo la società americana che ha sviluppato ChatGPT, lo 0,07 per cento degli utenti attivi mostra possibili segni di disagio mentale legati a psicosi o mania. Dentro questo numero rientrano anche i casi più inquietanti di chatbot che hanno confermato a un utente paranoico di essere sorvegliato e di altri che hanno sconsigliato, dopo specifica domanda, di continuare a prendere farmaci.







