All’occhio di chi guarda e passa, la stravittoria del ‘Biffo’ potrebbe parlare di una Prato che inquadra il futuro nello specchietto retrovisore. E nel paradosso c’è quel tanto di verità che non sfugge al marmoreo Datini, più severo del solito, a guardia del Palazzo Comunale con l’orecchio a prendere le prime parole del neoeletto per la terza volta sindaco Matteo Biffoni (Pd). È lui che a scrutinio ancora caldo alza lo scudo: "Non parlate di Biffoni-ter perché, questo, è il primo mandato di una nuova stagione".
E ne ha bisogno, Prato, di una nouvelle vague. Ha fame di futuro quel territorio che non è una provincia qualunque spalmata su una Piana industriale. Dopo un anno affogato in una centrifuga d’inchieste, le elezioni si sono affacciate che ancora la politica non s’era riavuta. E se il centrosinistra in formato campo largo si è blindato con l’usato sicuro di Biffoni (recordman da 22mila preferenze alle Regionali), il centrodestra è imploso tra mille faide. Gianluca Banchelli (Fratelli d’Italia) lo candidano tardi e lo lasciano solo; è lui stesso ad alzare la mano dopo la batosta. Non c’è ricambio di classe dirigente, l’affluenza non è mai stata così bassa: quasi un pratese su due ha preferito girare i tacchi. "Io unnò votato, tanto cambiano i sonatori ma la musica gli è sempre la solita", fa Loriano a Roberto. E non si parla d’altro al bar di via Pistoiese, un’enclave nostrana a Chinatown. Nel secondo centro della Toscana per abitanti ha preso casa la comunità cinese più grande e densa d’Europa. Uno straordinario laboratorio di complessità che non può permettersi l’immobilità in cui ristagna. Italiani e cinesi: mondi paralleli che si sfiorano senza davvero fondersi. Succede a scuola, una realtà piena di problemi, dove in qualche modo i bambini crescono insieme in classi spesso a prevalenza straniera: giocano, studiano, si mescolano. Poi, crescendo, si allontanano di nuovo. I matrimoni misti restano pochissimi: lo scorso anno l’ufficio comunale di Stato civile ne ha registrati sei. Nessuno con sposa italiana. Qui si cammina in silenzio, veloci o indolenti. Magri. E senza un sorriso. Sale giochi, biscazzieri e signori dell’azzardo. Non si dà confidenza, ma Michele sì. Lui è un "seconda generazione", dice. Trentacinque anni, gestisce uno di quei mille negozietti dove coi telefonini rotti fanno prodigi. Non ha votato. Perché? "Disinteresse".















