In uno dei più celebri ritratti di epoca vittoriana, The Remnants of an Army, conservato alla Tate Gallery di Londra, Elizabeth Thompson raffigura William Brydon, assistente chirurgo dell’esercito britannico, mentre nel gennaio 1842 giunge alle porte di Jalalabad. Le mura della città incombono su una pianura desolata, mentre i cavalieri della guarnigione escono al galoppo per raggiungere quella figura solitaria che reca la notizia della catastrofe: la fine della prima guerra anglo-afgana. Sedicimila uomini massacrati dalle truppe afgane segnano una delle più terribili sconfitte subite dagli inglesi.

Da questo epilogo drammatico, lungo la rotta che porta da Londra a Kabul, passando per Pietrogrado e Calcutta, prende avvio l’itinerario – insieme storico e letterario – costruito da Philip Hensher nel suo L’impero del gelso I due straordinari viaggi dell’emiro Dost Mohammed Khan (traduzione di Fabrizio Bagatti, Revisione di Greta Bertella, Edizioni Settecolori, pp. 764, € 28,00). Alternando finzione e realtà storica, il romanzo che è uno dei recuperi più riusciti proposti della casa editrice – spalanca al lettore l’Asia centrale dell’Ottocento, con quel conflitto a fare da sfondo e motore della tensione narrativa.