Ci sono i gialli, i grigi, i rossi, sul Mar Nero di Odessa del 1941. E c’è un capitano di cavalleria della Wehrmacht, con un braccio immobilizzato per una ferita di guerra, che viene inviato nella città cosmopolita strappata ai sovietici dai romeni alleati dei tedeschi per indagare sull’uccisione di un maggiore, magistrato dell’Ufficio crimini di guerra. Martin Bora è il personaggio creato dalla scrittrice italoamericana Ben Pastor che si muove da detective nelle lordure della storia cercando di tenere al di sopra del fango e del sangue l’etica dell’umanità. In Lo specchio del pellegrino (Sellerio, Palermo 2026, pp. 560, traduzione di Gigi Sanvito), nelle librerie questa settimana, Bora vorrebbe non poter accettare l’incarico di far luce sulla fine del giudice Josef Alt, freddato con un colpo di pistola Nagant in dotazione all’Nkvd stalinista, perché ne avverte l’alta carica di compromissione. Ma è un militare, e mentre l’istinto gli dice di scansare quel caso e la coscienza lo mette all’erta, risponde da militare, per di più aristocratico, «Zu Befehl»: agli ordini.
Viene quindi proiettato a Odessa dove i gialli, i romeni (dal colore delle divise), hanno messo di loro alla scia di sangue con una spietata rappresaglia per un attentato al loro comando; dove i grigi, i tedeschi e soprattutto le SS, adempiono con ferocia all’incarico delle esecuzioni di massa e delle deportazioni degli ebrei, con gli Einsatzgruppen; dove i rossi, i sovietici, hanno a loro volta compiuto stragi cercando di occultarne le tracce e operano sottotraccia. Quanto può valere in questo contesto, dove i morti si contano a migliaia e decine di migliaia, la sola vita del maggiore Alt?






