Come molte polemiche italiane, anche questa sugli artisti che non si schierano o non si schierano abbastanza o si schierano ma non dalla parte giusta sembra un po’ rétro, ha un sapore da anni Settanta, tipo corteo sul Vietnam con i pantaloni a zampa d’elefante e le Clark’s (vero che i protagonisti, nella totale mancanza di ricambio generazionale che affligge il Paese, sono vintage pure loro).
L’aspetto più stupefacente è che Erri De Luca è stato linciato per quel che ha detto, Francesco De Gregori per quel che non ha detto. Avvalersi della facoltà di non rispondere è legittimo in tribunale, non in un’intervista. Dopo l’omissione di soccorso, diventa reato l’omissione d’opinione. L’artista o l’intellettuale, due categorie che, forse è il caso di ricordarlo, non sempre coincidono, devono quindi avere un’idea prêt-à-penser non solo su qualsiasi tragedia di giornata, e qui c’è davvero l’imbarazzo della scelta, ma anche su qualsiasi ramo dello scibile umano. Anche qualora si tratti di questioni complesse, difficili, dolorose, che imporrebbero quei ragionamenti articolati e magari, riuscendoci, approfonditi, che sono evidentemente demodé in un’epoca dove tutto, da Gaza al ripieno dei tortellini, dalla guerra in Ucraina al rigore negato, si giudica con un like, pollice su o giù, sì o no, bianco o nero. Quando il mondo, si sa, è un’infinita sfumatura di grigio.












