Nel 1964, quando De Gregori aveva 13 anni e la maggioranza di quelli che ora commentano sui social nemmeno era nata, ci fu un dibattito accesso e molto polemico, durante il quale svariati artisti replicarono o solidarizzarono con una famosa dichiarazione di Jean-Paul Sartre. Recitava così: “A che serve la letteratura di fronte a un bambino che muore di fame?”. All’epoca, sui tre miliardi di persone, due miliardi pativano la fame per motivi vari, tra cui orribili guerre, dunque Sartre poneva il problema dell’impegno. Tra gli artisti che replicarono a Sartre va annoverato Jean Ricardou (teorico del nuovo romanzo francese), il quale (e qui semplifico) sostenne che percepiamo la morte di un bambino anche grazie a un romanzo. Non sosteneva che l’unico modo per avvertire la morte di un bambino sia parlarne nello specifico, ma che un’opera d’arte aumenta la nostra sensibilità, soprattutto se cambia il modo (la forma) con cui per abitudine leggiamo la realtà (come il nouveau roman intendeva fare).Dunque, in sostanza, in letteratura e non, si possono dire cose molto importanti anche non dichiarandole esplicitamente. Da scrittore, pur nutrendo sfiducia nell’umanesimo (alla fine, a ridurre il numero dei bambini affamati sono state la genetica e altre varie innovazioni applicate all’agricoltura, nonché vaccini, antibiotici e bagni piastrellati), questa possibilità offerta da esso ancora mi inebria e posso capire quello che De Gregori da sempre sostiene: le dimostrazioni contano più delle dichiarazioni. Dimostrare significa offrire punti di vista non consueti, a volte anche spiacevoli e cinici. Tutti ricordiamo l’urlo disperato di Carmelo Bene al “Maurizio Costanzo Show”, nel celebre uno contro tutti: “Io me ne fotto del Ruanda”. Che arrivò d’emblée e che fece sentire a tutti noi il gelo. In fondo, sulla questione lo eravamo tutti, indifferenti e salottieri, per questo avvertimmo il gelo e cercammo calore (Carmelo Bene fu anche l’autore della dedica civile più intensa, quando nel 1981 dedicò la lettura Dantis a Bologna non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage).Insomma, non da ieri, dicevamo, perché De Gregori negli anni 70 è stato sempre criticato. Giaime Pintor, in un articolo del 1975 per Linus, scrisse: “De Gregori non è Nobel, è Rimmel”. Due anni dopo, il 2 aprile del 1976, al Palalido di Milano, De Gregori, a fine concerto, fu prelevato dal camerino, portato sul palco e processato. Uno degli accusatori gli rimproverò: “La rivoluzione non si fa con la musica. Prima si fa la rivoluzione, poi si potrà pensare alle arti o alla musica. Lo diceva anche Majakovskij che era un vero rivoluzionario e si è suicidato. Suicidati anche tu!”. Siccome molti di noi che commentano sui social non erano nati, magari faticano a capire perché De Gregori ha detto ieri le cose che ripete da sempre: meglio che un artista si esprima attraverso la musica. Se si esprime bene (dico io, da semplice fruitore) poi vedrete che ci renderemo conto anche di tragedie più grandi e orribili. Verso le quali le sole dichiarazioni non bastano, se non al conteggio degli affiliati delle opposte fazioni (che non aggiungono nulla al già tristemente noto). Del resto, ai tempi, non sono bastate le polemiche tra scrittori francesi, ma forse molti di noi, spinti da una più acuta sensibilità umanistica, abbiamo cercato di far diminuire il numero degli affamati cambiando il modo in cui interpretavamo il mondo. Come si spera che ora, con una maggiore sensibilità (e dimostrazione artistiche non consuete) possiamo trovare il modo di parlare, capire, metterci nei panni degli altri, tentare di risolvere orribili tragedie e nello specifico una guerra che dura dal 1948.Al margine di queste polemiche, ciò che resta è una ventata d’odio, tanto che mi chiedo: ma se io che odio così tanto il mio avversario e lo processo, voglio bruciare i suoi libri e boicotto le sue canzoni, avessi il potere necessario, potrei fare peggio del mio avversario? Resto così, con questo dubbio (fin quando una bella canzone, non ovvia, anche un po’ ermetica, apre in me uno spazio di sensibilizzazione: lì dentro ne possono accadere di cose belle).
La lezione di De Gregori: coltivare la sensibilità fa più delle vuote prese di posizione
L'artista ha sempre sostenuto che le dimostrazioni contino più delle dichiarazioni. Dimostrare significa offrire punti di vista non consueti, a volte anche spiacevoli e cinici. Perché una canzone può cambiare lo sguardo sul mondo più di un manifesto politico











