È il dibattito culturale del momento, ed è nato quasi per caso. A fine maggio, al Teatro Out Off di Milano, Francesco De Gregori presenta “Nevergreen”: un docufilm, un disco dal vivo, una serie di concerti per pochi intimi tra Roma e Milano. I giornalisti lo incalzano sul caso del giorno: Bruce Springsteen, che apre il “Land of Hope and Dreams Tour” dichiarandosi contro l’amministrazione Trump. De Gregori risponde di getto, e da una settimana quelle parole rimbalzano dai social ai giornali fino alle grandi firme dei quotidiani, ma nessuno sembra aver colto fino in fondo il senso di quelle parole. Vale la pena, mentre il dibattito è ancora aperto, provare a mettere ordine.

Cosa ha detto davvero

Spogliato dalla riformulazione mediatica, il discorso ha due nuclei e un ponte tra i due. Il primo nucleo potremmo definirlo “epistemico-etico”. Le questioni internazionali, dice De Gregori, vanno analizzate con cura; schierarsi «in maniera netta e apodittica» tradisce la complessità dell’oggetto. E lui stesso confessa di avere idee confuse, citando il «contengo moltitudini» di Whitman come rivendicazione del diritto al dubbio. Non è un attacco all’impegno civile in quanto tale: è un attacco alla forma rigida del pensiero unico, e una professione di onestà conoscitiva contro le certezze sospette.