Il tema sarebbe centrale: che ruolo sociale e culturale ha (e che responsabilità ha…) l’artista, l’intellettuale, di fronte alla contemporaneità? Ma naturalmente in questa epoca va tutto a rotoli fin da principio, perché l’argomento si tramuta in una domanda sbagliata (le domande…) da parte di giornalisti e persone: l’artista, l’intellettuale, deve schierarsi o non schierarsi? In/out, on/off, cultura binaria, pensiero tecnocratico.

Il primo a cadere nella trappola è Erri De Luca, che invece di pensare, articolare, trovare ratio, interpretare, approfondire, si schiera: “nessun genocidio. Io sono sionista”. Libero di farlo. Liberi di considerarlo per quel che è chi dice una cosa del genere (per i bisognosi: dire sono sionista non c’entra nulla con l’essere ebreo. È come dire sono fascista).

Mentre buona parte dell’establishment cultuale prova subito a distinguere, a spegnere l’incendio, a mitigare la riprovazione generale (per altro smodata: gente che vuole bruciare libri… Va be’…), ci pensa qualche amatissimo autore musicale (Francesco De Gregori) a rendere tutto ancor più opaco: “L’artista non ha nessun ruolo”. Qualcuno pensa a De André, a Bertoli, a Springsteen, a Vassilikos, Sepulveda, Neruda, Sartre, Martì, Pasolini, Camus… e sospira. Soprattutto, credo, rimpiange.