Teoricamente secondo i termini dell’Outer Space Treaty (Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico) del 1967, lo spazio è patrimonio dell’umanità tutta e non può essere oggetto di appropriazione nazionale, in nessuna delle sue parti. In realtà, solo pochi Paesi erano in grado di inviare esseri umani nello spazio. Nel corso del tempo, l’accesso allo spazio si è ampliato e sono ormai più di 50 i Paesi che hanno lanciato nello spazio almeno un astronauta, e tuttavia è ancora grande il divario tra le superpotenze dello spazio e il resto del mondo. Oggi le grandi potenze spaziali sono Stati Uniti e Cina; la Russia mantiene capacità di lancio per missioni con equipaggio, ma non ha la diversificazione tecnologica necessaria per competere davvero.

Nonostante gli squilibri di potere e di capacità d’accesso, l’espansione nello spazio può, a buon diritto, essere considerata come un’espansione della civiltà umana nel suo complesso. È un fenomeno globale, ormai in tutti i continenti ci sono siti di lancio (tranne che in Antartide) e anche altri Paesi, oltre alle due superpotenze, hanno ottenuto risultati importanti nello spazio. Nel 2021, gli Emirati Arabi Uniti hanno inserito con successo nell’orbita di Marte la sonda Hope/Al-Amal, per monitorare l’atmosfera e il clima del pianeta rosso. Nel 2023, l’India ha eseguito un allunaggio con la missione Chandrayaan-3 e il lander Vikram. Lo spazio è ormai una questione di portata davvero mondiale nell’ampio contesto dei tanti progressi tecnologici che interessano tutta la civiltà umana, dall’intelligenza artificiale alla robotica, dalle biotecnologie alla produzione energetica. E nessuno vuole restare indietro.