“Mi è permesso avere un altro sogno?”. Samantha Cristoforetti se lo era chiesto pubblicamente su LinkedIn nel 2024, parlando del progetto che oggi segue all’interno dell’Agenzia spaziale europea: lo sviluppo di una capacità europea di trasporto e rientro dall’orbita, senza dipendere da altri paesi.Non è soltanto una sfida ingegneristica. È il tentativo di colmare uno dei principali limiti strategici dell’Europa nello spazio: avere tecnologie avanzate, industrie competitive e astronauti di primo livello, ma non una capacità autonoma di trasporto spaziale.Intervistata a The Big Interview, Cristoforetti spiega come la nuova corsa allo spazio stia entrando in una fase di forte accelerazione, in cui si ridefiniscono equilibri politici, industriali e tecnologici. Stati Uniti e Cina spingono verso la Luna con strategie diverse ma parallele, mentre il ruolo crescente degli operatori privati ha modificato profondamente il settore.In questo scenario, sottolinea, il punto per l’Europa non è semplicemente partecipare a questa evoluzione, ma evitare di restare indietro nello sviluppo di quelli che definisce “fondamentali solidi”: capacità autonome che riducano la dipendenza dalle decisioni dei partner internazionali.La nuova corsa alla LunaÈ proprio dentro questa idea di un’Europa che deve ritrovare autonomia — non solo partecipando ma costruendo capacità proprie — che si inserisce anche il modo in cui Cristoforetti legge la nuova corsa alla Luna.L’11 aprile 2026 Artemis 2 è rientrata sulla Terra dopo dieci giorni nello spazio: il primo equipaggio umano ad avvicinarsi alla Luna dopo oltre cinquant’anni. Per Samantha Cristoforetti questo risultato non rappresenta un traguardo isolato, ma un passaggio dentro una strategia più ampia, in cui ogni missione serve a dimostrare una capacità aggiuntiva rispetto alla precedente.“Quello che si sta cercando di fare è costruire un circolo virtuoso”, spiega, “in cui ogni missione abbia un delta, una capacità in più dimostrata in modo progressivo e ragionevole”. È questa logica, sottolinea, che permette al programma di avanzare senza forzare i limiti della sicurezza, soprattutto nelle fasi più critiche.Tra queste, il rientro atmosferico resta la più delicata: lo scudo termico deve resistere a condizioni estreme e qualsiasi incertezza richiede verifiche e aggiustamenti prima di procedere oltre. “Sono sempre le fasi critiche”, osserva Cristoforetti, ricordando come anche nelle missioni recenti alcune scelte siano state adattate proprio per garantire affidabilità nei passaggi più sensibili.Questa impostazione prudente non rallenta il programma, ma ne definisce il ritmo. La Nasa ha scelto infatti di procedere per passi successivi, anche a costo di rivedere le tempistiche complessive, come nel caso dello slittamento del primo allunaggio operativo a Artemis 4.In questo equilibrio tra accelerazione e sicurezza si inserisce anche la competizione internazionale. Da un lato gli Stati Uniti vogliono consolidare il proprio vantaggio tecnologico, dall’altro la Cina punta a un proprio sbarco entro il 2030. “Nessuno ha interesse a prendersi rischi eccessivi”, osserva Cristoforetti, descrivendo una corsa che procede non per scatti, ma per aggiustamenti continui.Il ruolo dell’Europa nel programma ArtemisAnche senza astronauti europei a bordo, l’Europa ha avuto un ruolo importante nella missione Artemis 2. Il modulo di servizio della capsula Orion — cioè il sistema che fornisce propulsione, energia e supporto vitale — è stato realizzato dall’industria europea.“Il motore che ha portato gli astronauti verso la Luna era sul modulo di servizio europeo”, ricorda Cristoforetti. È il simbolo di una presenza europea che negli anni ha sviluppato competenze tecnologiche di altissimo livello. Ma è anche il punto da cui parte la riflessione più critica: avere competenze avanzate non significa necessariamente essere autonomi.Secondo Cristoforetti, l’Europa si trova oggi in una posizione delicata proprio perché le manca una delle capacità considerate fondamentali nel settore spaziale: il trasporto indipendente.Il progetto per una navetta europeaDal 2024 Cristoforetti guida il programma Leo cargo return service, uno dei progetti con cui l’Esa punta a sviluppare un sistema autonomo di trasporto e rientro orbitale. L’idea nasce anche dalla consapevolezza che gli equilibri internazionali possono cambiare rapidamente. Le recenti modifiche all’architettura del programma Artemis, compreso il ridimensionamento del progetto Gateway, hanno mostrato quanto sia fragile la posizione di chi partecipa a grandi programmi senza controllarne gli elementi strategici.Per questo Cristoforetti insiste sulla necessità di costruire “fondamentali solidi”: capacità industriali e tecnologiche che permettano all’Europa di non dipendere completamente dalle decisioni di altri partner.In passato l’Europa aveva già sviluppato un sistema cargo avanzato, l’Automated transfer vehicle, utilizzato tra il 2008 e il 2015 per rifornire la Stazione Spaziale Internazionale. Ma quel percorso si è interrotto prima di arrivare a una vera capacità di rientro e trasporto umano. “Oggi dobbiamo correre per recuperare”, spiega.Il rischio e il modello SpaceX“Il rischio imprenditoriale esiste per definizione. Non c’è nulla di garantito”. Per Samantha Cristoforetti questo è uno dei nodi centrali del modo in cui l’Europa si confronta con la nuova industria spaziale. Parlando del modello Nasa e SpaceX, sottolinea come la crescita di SpaceX sia stata possibile anche grazie alla disponibilità ad accettare fallimenti e sperimentazione. In Europa, osserva, sta emergendo una nuova generazione di imprenditori spaziali con ambizioni più sistemiche: realtà che non vogliono restare semplici fornitori, ma diventare attori capaci di guidare lo sviluppo di sistemi complessi.Perché questo accada servono però investimenti consistenti, accesso ai capitali e istituzioni in grado di sostenere progetti ad alto rischio.Lo spazio come infrastruttura strategicaNegli ultimi anni lo spazio è diventato sempre più centrale anche dal punto di vista geopolitico e della sicurezza. Cristoforetti richiama in particolare l’impatto della guerra in Ucraina, che ha reso evidente quanto satelliti e infrastrutture spaziali siano ormai essenziali non solo per comunicazioni ed economia, ma anche per la difesa.In questo contesto nasce il programma European resilience from Space, con cui l’Agenzia Spaziale Europea punta a rafforzare le capacità tecnologiche autonome del continente. “Lo spazio fa parte delle nostre vite”, dice Cristoforetti. “È una colonna portante della nostra vita sociale, economica e sempre di più anche della sicurezza”.Le domande aperte sull’intelligenza artificialeTra i temi che Cristoforetti osserva con attenzione c’è anche l’intelligenza artificiale.Non ne parla in termini disfattisti, ma come di una tecnologia che apre interrogativi profondi sul piano sociale e culturale. Più che da astronauta, affronta il tema da professionista, da essere umano e da madre chiedendosi come cambierà il modo di apprendere delle nuove generazioni.“La fatica cognitiva la devi fare tu”, osserva parlando del rapporto tra giovani e chatbot. Secondo lei, il rischio non è soltanto tecnologico, ma riguarda la formazione del pensiero autonomo in un mondo in cui sempre più attività cognitive possono essere delegate alle macchine.L'importanza della cooperazioneNonostante la crescente competizione internazionale, Cristoforetti continua a vedere nello spazio anche un luogo di cooperazione.Sulla Stazione spaziale internazionale, sottolinea, astronauti di paesi spesso in tensione sulla Terra continuano a lavorare insieme ogni giorno. Questo non significa che lo spazio sia separato dalla geopolitica o dai conflitti. Al contrario, proprio perché è diventato centrale per economia, sicurezza e tecnologia, riflette inevitabilmente le dinamiche terrestri. Eppure, secondo Cristoforetti, l’esplorazione umana può ancora conservare una dimensione diversa. “Perché non può rimanere un’oasi in cui scegliamo che prevalga la cooperazione?”.