Per convincere gli italiani a pensare alla pensione integrativa servano incentivi, fiducia e regole stabili. Il governo, nel dubbio, ha deciso di fare tutte e tre le cose e anche il loro contrario. Da un lato sponsorizza la previdenza complementare, alza (poco) la soglia di deducibilità fiscale e introduce l’adesione automatica per i nuovi assunti del settore privato. Dall’altro, con l’articolo 29 del decreto Pnrr (che è legge dal 20 aprile scorso), aumenta la tassazione proprio su quei fondi pensione.Fino al 2025 il contributo annuale alla Covip, la commissione che vigila sulla previdenza complementare, era calcolato sui versamenti raccolti nel corso dell'anno dai fondi pensione: contributi dei lavoratori, delle aziende, quote di tfr. L’aliquota massima era dello 0,5 per mille. Dal 2026 il meccanismo cambia: il tetto massimo raggiungibile diventa lo 0,1 per mille, ma applicato non più ai flussi annuali, bensì al totale del patrimonio. Per quest’anno la Covip ha scelto un’aliquota più bassa, pari allo 0,06 per mille. L’incasso sale comunque a 18 milioni di euro, quasi il doppio del 2025.Il punto è tutto nella base di calcolo. I flussi contributivi annui dei fondi pensione sono circa 17,4 miliardi. Il patrimonio complessivo destinato alle prestazioni è invece di 261,2 miliardi. Prima il contributo si calcolava su ciò che entrava nel sistema in dodici mesi. Ora si calcola sull’intero stock costruito in anni, spesso in decenni, di risparmio previdenziale. Basta questo per capire perché l’operazione sia una mini patrimoniale sui fondi pensione che danneggia in misura crescente i fondi più grandi e i contribuenti che più avevano versato.Il paradosso è che tutto questo avviene mentre lo stesso governo spinge gli italiani verso la previdenza complementare. Con la legge di Bilancio 2026 è aumentato il limite annuale di deducibilità dei contributi per i fondi pensione, uno dei principali incentivi a versare. È salito da 5.164,57 euro (i vecchi 10 milioni di lire, gli stessi dal 2007 malgrado un'inflazione cumulata del 45 per cento) a 5.300. La stessa manovra introduce anche, dal primo luglio, l’adesione automatica per i nuovi assunti del settore privato, salvo scelta contraria. È il tentativo di superare l’inerzia che da anni frena la previdenza integrativa. Ma se nello stesso tempo si manda il messaggio che lo stato, quando ha bisogno, può cambiare la base di calcolo dei costi e pescare nel patrimonio dei fondi, l’effetto psicologico rischia di andare nella direzione opposta.Si dirà: pochi euro l’anno di tasse in più non cambiano la convenienza dei fondi pensione. Vero. La previdenza complementare resta fiscalmente favorita rispetto a molte altre forme di risparmio. I contributi sono deducibili e le prestazioni possono essere tassate con aliquote agevolate. Ma il tema non è solo quanto si paga nel 2026. Il tema è quale regola viene inaugurata. Oggi lo 0,06 per mille. Domani il tetto normativo consente di arrivare allo 0,1 per mille. Dopodomani, chissà. La previdenza complementare è uno strumento strano: chiede al lavoratore di rinunciare a reddito disponibile oggi in cambio di una promessa lunga trent’anni e più. Per funzionare ha bisogno di una cornice regole stabili e costi trasparenti. Ogni variazione improvvisa pesa più del suo importo contabile, perché alimenta il sospetto che il patrimonio previdenziale sia un salvadanaio troppo invitante per restare intatto in futuro.