Non c’è più quel Paese in cui si ballava; gli animali vivevano accanto alle persone; gli inverni portavano neve e quindi gioia. E la fragilità era compensata dalla solidarietà. Ne ha nostalgia?«La nostalgia non fa bene. No, non ho nostalgia. Però fatto una scelta precisa. Mi sono innamorato e sono andato via dall'Occidente, dove sono cresciuto, dal Tirreno, per andare a Oriente, all'alba. Vivo in mezzo a una vigna nell'Appennino faentino, dove i miei vicini di casa sono identici, anche se ora hanno trattori con la guida satellitare, alle facce della mia infanzia».“Almanacco dei viventi” è un inventario di cose e di persone, di gesti e di dettagli. Non un archivio, però, di cose finite. Anzi “per il fatto stesso che queste cose sono sopravvissute, sono tutte dell'oggi e dell'ovunque".«È così. Il sistema lo nega, ma non è vero. La vita non finisce: non puoi uccidere un intero popolo, non puoi uccidere un’idea, non puoi uccidere un’intera specie animale. Nell’orto di casa sono passati due lupi: pensavamo che non dovessero resistere più, e invece eccoli lì. C’è un tasso nel fosso che si è fatto la tana; la natura risplende di cose che pensavamo di aver usato fino alla consunzione. Così non è stato, per fortuna. Non siamo onnipotenti e non siamo nemmeno la specie dominante: pensi che io sono in preda di un virus che è più forte di tutte le cure che mi stanno facendo. Ecco perché questo è un “Almanacco dei viventi”: perché c’è un operaio addormentato sul tavolaccio di una fabbrica, ma gli operai non dovevano esistere più: beh, lui è ancora lì, anche se è una foto di 50 anni fa. Se lei viene con me dal mio amico che ha una piccola fonderia, troverà quelle stesse facce, quello stesso modo di lavorare».Qualcosa però è in bilico. Penso alla foto in cui una donna conversa con una bambina: parliamo di continuo, come nota, ma non conversiamo più. E ancora: lei apre con un elogio dell'attenzione. Ma la nostra attenzione è terra di conquista, è economia: cosa vuol dire fare attenzione?«Vuol dire esercitare un dovere etico e civile. Non c'è giustizia se non c'è attenzione. Non c'è possibilità di riscatto, non c'è dignità senza attenzione. Prestare attenzione ha a che fare con l'amore per l'universo e per la responsabilità che dobbiamo avere. Non è un lavoro pesante, diventa abitudine. Io ci vedo molto poco, e sempre meno, e mi avvicino alle persone e alle cose. Forse è questo che mi fa prestare più attenzione».Il filosofo Remo Bodei ci ha insegnato a distinguere tra oggetti e cose: degli uni ci si appropria; le cose invece hanno strati di senso e di memoria, si impregnano di ciò che si tramanda di generazione in generazione. È un elogio di tutto ciò che ci portiamo dietro, questo libro?«Attenzione ha un etimo latino, “ad tendus”, inclinarsi verso. Se noi ci incliniamo verso una cosa o un essere, e prestiamo attenzione, non possiamo non percepire il fatto che siamo tutti parti di uno stesso universo. Per questo diamo il nome alle cose, alle montagne, a una collinetta, persino a un sasso. E nominare significa dare il diritto di essere vita».“Non ho mai distinto tra fotografia e scrittura", scrive. In questi anni sono usciti diversi libri nei quali le immagini procedono complementari al testo. Penso a “La foto mi guardava”, che la scrittrice ucraina Katja Petrowskaja ha dedicato all’ecfrasi fotografica o a “L’uso della foto” di Annie Ernaux, nel quale la Nobel registra con degli scatti ciò che rimane dopo la passione: scarpe e vestiti sparsi sul pavimento, lenzuola sgualcite. Che relazione c’è tra le foto e il testo in questo libro?«Io non sono un intellettuale, non ho studiato regolarmente, a 18 anni ho cominciato a lavorare e mi sono laureato a 40 grazie a una conquista dei lavoratori, cioè alle “150 ore”. Ho conseguito una laurea di cui non sapevo cosa fare, se non accontentare mia madre e mio padre, lei contadina lui operaio, che avevano come unica aspettativa dal figlio maschio che potesse studiare. Però da sempre ho l'idea che l'immagine voglia la parola e la parola voglia l'immagine. Facevo fotografia industriale e scrivevo le didascalie per i depliant. La mia prima prova letteraria, nel 1976, è il catalogo delle cucine Schiffini. E mi piaceva, anche nelle didascalie può esserci letteratura: c’è la gioia di dar vita a un oggetto con la parola. In quegli anni comprai un libro di André Breton, “Nadja”, che aveva dentro le immagini, senza le quali la storia non si raccontava tutta. Ne rimasi colpito. A 24-25 anni stavo crescendo un bambino e per lui facevo album con scarti di foto, ritagli, collage che con i letraset, le lettere trasferibili, arricchivo di microstorie a caratteri grandi, perché potesse imparare a leggere. Sono tornato a raccontare così: guardi l'immagine e non ti basta, leggi il testo e non ti basta, guardi l'immagine intanto che leggi il testo e spero che tutto sia più chiaro».Ha vinto i più prestigiosi premi. E ha scritto libri di grande impegno. In uno dei più recenti, “Memoria e lotta”, traccia un calendario civile, dal 25 aprile all’8 settembre. Perché prende le distanze dalla parola intellettuale?«Perché io li ho conosciuti i veri intellettuali. Sono quelli che mi hanno formato. Sa, qui, davanti alla mia scrivania, ho la parete dei miei penati, le mie divinità familiari. C’è mia nonna, contadina con la terza elementare. E ci sono Franco Fortini, Grazia Cherchi, Edoardo Sanguineti. Ho invidia verso di loro: io non sono mai riuscito ad avere la loro disciplina. Per essere intellettuali bisogna essere militanti dello studio, della ricerca; lavorare dodici ore al giorno, incessantemente, per cercare di capire, per cercare di dire ciò che si capisce, per cercare di spiegare ciò che si scopre. E mi manca lo spirito di servizio che sentivo in loro. E quel respiro».
Maurizio Maggiani, "Vinsi il Premio L'Espresso Inedito. E la mia vita cambiò"
Nel 1987, con una storia intitolata "Prontuario della donna senza cuore", lo scrittore fu vincitore del concorso per un testo inedito, che quest'anno abbiamo ri









