“Il mio caso non fu l’unico. Perché sei viva, che cosa hai dovuto fare per sopravvivere? Il peso di questo sospetto ha gravato sulla maggioranza dei sopravvissuti. C’era una frase molto famosa all’epoca che diceva ‘vivi li abbiamo lasciati, vivi li rivogliamo’, ma quando riemergemmo vivi si scoprì che non ci rivolevano più. Se eravamo vivi era perché avevamo fatto qualcosa di male, perché avevamo tradito”, ha detto in un’intervista Silvia Labayru, rapita nel 1976, durante la dittatura del generale Jorge Videla in Argentina e rinchiusa nel carcere dell’Escuela de mecánica de la armada (Esma).
Labayru era una leader dei montoneros, un gruppo di estrema sinistra che si opponeva al regime anche con la lotta armata. E quando fu rapita era incinta di cinque mesi. All’Esma fu torturata e costretta a partorire in prigione. Poi rilasciata un anno e mezzo dopo. D0po la sua liberazione, però, non fu accolta dai suoi compagni, ma isolata e circondata da sospetti.
I compagni di lotta non si capacitavano del fatto che fosse tra i pochi sopravvissuti e l’accusarono di complicità con i suoi aguzzini. La sua storia è raccontata dalla giornalista argentina Leila Guerriero nel libro La chiamata (Sur 2025), che ha ricevuto il Premio strega europeo il 17 maggio al Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino, insieme alla traduttrice del libro dallo spagnolo, Maria Nicola.








